Il derby è una partita che si gioca 11 contro 11 e alla fine vince quasi sempre il Catanzaro. E’ andata come tradizione vuole, nessuna sorpresa. In campo una sola squadra che sa come si giocano queste partite, incitato da un pubblico, ahinoi, perfetto. E’ davvero difficile scrivere cosa è mancato (tutto) e cosa c’è da salvare (nulla) del derbycidio di Caserta. Ci sarebbe forse da scrivere che l’allenatore dovrebbe quantomeno finirla di inventare cervellotici sistemi di gioco ed essere più concreto nell’affrontare partite così con un piglio più cattivo, con una mentalità diversa, più cattiva. Quello del derby è stato un Cosenza monocorde, incatenato psicologicamente ad uno schema di gioco che francamente non ha mai convinto, se non durante le prime uscite estive. Tutino in quella posizione fa molta fatica a trovare quelle giocate giuste che un tempo avremmo definito immacolate. Pochissimi i palloni giunti nella direzione di Forte con Marras prima e Canotto dopo mai pericolosi e a tratti inconcludenti. Possibile che il mister non abbia capito che con un sistema diverso, magari con Tutino a fianco di Forte, avremmo potuto giocarcela diversamente?
Eppure dopo il gol dell’innominato i lupi sembravano arrabbiati; per venti minuti abbiamo vissuto di folate, forse non irresistibili e di sprazzi di calcio di buon livello che, tuttavia, si sono esaurite appena iniziata la seconda frazione di gioco e che hanno scoperto una squadra vulnerabile, non solo per la qualità degli interpreti in difesa (clamoroso il primo gol) ma perché se Calò non è in stato di grazia qualcosa continua a non funzionare nella distanza tra i reparti.
Insomma, una giornata da dimenticare sperando che a marzo i nostri si ricorderanno che per noi il derby è una cosa seria

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