Sinistra Italiana – AVS rilancia il Contratto di Fiume Crati. Pietro Tarasi: «Basta emergenze, serve una gestione di area vasta e il supporto scientifico dell’Unical».
La primavera non ha ancora lenito le ferite inflitte al paesaggio da fenomeni che, per quanto ritenuti straordinari, rientrano nel ciclo naturale del clima che cambia e fanno emergere tutte le fragilità dei luoghi attraversati dai segni della presenza dell’uomo. Strade, argini e fabbricati, ponti e dighe segnano il percorso del fiume che nella sua violenza questa volta non ha rispettato i confini in cui si è voluto costringerlo travolgendo tutto ciò che ostacolava la sua naturale discesa e proprio la dove incontrava i maggiori punti di resistenza.
È ormai evidente a tutti che abbiamo a che fare con la necessità di una gestione del territorio che tenga conto di questi fenomeni ormai non più straordinari. Cosa pensare davanti ad una sequenza di cicloni di diversa intensità ma con una cadenza ravvicinata tanto da mettere a dura prova la fantasia di chi cercando di dare un nome a ciascuno forse prova a renderlo più familiare e comprensibile. Credo che anche questa pratica abbia in se un antropocentrismo che non si concilia con i fenomeni naturali che non solo travolge gli artifici costruiti dall’uomo con la sua forza ma anche i confini politici e burocratici dentro i quali si pretende di governare un territorio che per complessità richiederebbe una visione ampia e non ristretta alla singola porzione amministrata da una autorità locale.
Mai come oggi possiamo affermare che ne passata di acqua da sotto i ponti da quanto si è lanciata una idea che allora si riteneva innovativa quale quella del Contratto di fiume Crati e che oggi forse risulterebbe indispensabile perriaprire undialogo sul territorio rivolto a trovare un nuovo equilibrio che coinvolga tutti gli steakeholder che operano a vario titolo nel bacino imbrifero del Crati e che con le loro azioni ne determinano necessariamente gli effetti più o meno rilevanti.
I municipi, gli enti pubblici, le imprese, le associazioni e gli stessi cittadini operando in un contesto ambientale che oggi possiamo definire fragile, visti gli esiti del passaggio dei simpatici cicloni, hanno la necessità di dialogare e intraprendere misure che non solo siano rivolte a mitigare le conseguenze dei cambiamenti climatici ma, la dove sia possibile, tentare di contrastarli attraverso opere di reingegnerizzione e rinaturalizzazione a partire dagli argini e dal consolidamento sei versanti per permettere all’acqua di defluire senza danni e al terreno di assorbirne quanta più possibile costituendo così anche una riserva peri lunghi periodi di siccità che, paradossalmente, si abbinano alla presenza di forti e concentrate precipitazioni.
Tutto ciò riguarda le scelte di politica di gestione del territorio che necessitano di un continuo dialogo fra le parti in campo e che potrebbero trovare nello strumento del Contratto di fiume un luogo utile a trovare un equilibrio tra tutte le istanze dei vari protagonisti in una logica di rispetto dell’ambiente che non si limiti alla sostenibilità ma che co-evolva con la natura che nonpuò essere solo assoggettata al dominio dell’uomo ma considerata come alleata allo scopo di migliorare il benessere di tutti gli esseri viventi, persone, animali e piante. Solo in questo modo possiamo immaginare un futuro in cui tutto possa vivere in armonia ricercando via via un equilibrio dinamico fra le varie forze che si esaltano e non si annullano.
Capisco bene che sembra difficile ribaltare la tendenza verso un nuovo patto in cui il rispetto reciproco sia la cifra ma, visto che si parla di tendenza, non richiede una rivoluzione bensì un nuovo percorso basato sul dialogo in cui la rappresentanza non sia più una delega in bianco ma un continuo confronto. Così come la rappresentanza non sia l’opinione di chi la detiene ma una continua verifica dei risultati e delle ricadute positive sul territorio che si governa dialogando con altri territori in una logica di area vasta.
Credo che tutto ciò nondebba essere derubricato nel solito libro dei sogni o i famosi progetti nel cassetto ma richieda un impegno costante e uno studio continuo dei fenomeni e delle conseguenze che derivano dalle azioni di ciascuno. Oggi più di ieri avremmo a disposizione maggiori strumenti di analisi e capacità di lettura dei dati e delle interazioni tra questi che determinano la complessità delle relazioni ma anche come interagire positivamente in questo ambito. L’università della Calabria è considerata un eccellenza proprio in questi contesti.
Occorre però che tutto ciò che si conosce diventi patrimonio comune e venga messo a disposizione dei decisori politici e tecnici allo scopo di definire quelle nuove tendenze descritte sopra. Anche da questo punto di vista credo che il Contratto di fiume potrebbe essere lo strumento adatto. Del resto proprio l’insieme di molti soggetti, università, enti e comuni avevano definito a sul tempo uno studio e la bozza dei paini di azione indispensabili per una analisi conoscitiva volta a determinare le strategie.
Purtroppo avere scelto la Provincia come ente di coordimamento non ha garantito inbuon esito perla messa a terra del Contratto di fiume. In una logica dilatoria, le precedenti amministrazioni provinciali, dando priorità a questioni sicuramente importanti ma spesso limitate e non risolutorie non si è inteso dare corso ad uno strumento del quale non si è compresa l’importanza forse perché ritenuto troppo complesso e perché, come spesso accade nelle nostre amministrazioni, non ci sono le competenze per gestire progetti così strutturati.
Spero che i disastri, peri quali abbiamo tutti temuto il peggio questo inverno, facciano ripartire ad iniziare dalla convocazione da parte della Provincia dell’assemblea degli aderenti il percorso del Contratto di fiume Crati. L’area rappresenta il più grande bacino imbrifero della nostra regione in cui vivono e operano un gran numero di cittadini e rappresenta uno dei punti più avanzati dell’economia perla presenza di un importante comparto agroalimentare, da infrastrutture di logistica come il porto di Corigliano-Rossano e pertutta la ricerca legata alla presenza dell’università.
Per chiudere ritengo che tutto ciò possa fare parte di una strategia perl’economia delle aree interne che, nell’interazione con le aree più urbanizzate, potrebbero garantire anche più opportunità di lavoro magari frenando la tendenza allo spopolamento che ormai interessa tutta la regione senza alcuna distinzione territoriale ma con effetti più evidenti nelle periferie contribuendo ad aumentare la fragilità dei territori.
Pietro Tarasi
Segreteria Sinistra Italiana – AVS

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