Il saldo e inscindibile legame tra squadra e tifosi, è così nel resto d’Europa. In Italia, tranne rarissime eccezioni, dipende tutto dai risultati.

Osasuna, “Estadio Reyno de Navarra“, capienza di 19 mila posti, media di 16 mila spettatori, ultimo nella classifica della Liga. Sunderland, “Stadium of Light“, capienza di 48 mila posti, media di 42 mila spettatori, ultimo nella classifica di Premier League. Darmstadt, “Merck-Stadion am Böllenfalltor“, capienza di 17 mila posti, media di 16 mila spettatori, ultimo nella classifica di Bundesliga. Ecco cosa succede all’estero.
In Italia, dalla Lega Pro alla serie A vige ancora la medievale cultura tifosi=spettatori. Pertanto, se lo spettacolo è accettabile e vincente lo stadio si riempie. La conseguenza è che si riempiono solo quegli stadi dove si vince. Pay tv, giornate spezzatino c’entrano poco. Per avere gli stadi sempre pieni, invece, servono progetti ambiziosi e/o politiche diverse tese a fidelizzare i tifosi (non certo con la tessera del tifoso, unica in Europa) e a ricreare spirito di appartenenza.
La normativa invece mette un muro verso i tifosi e le stesse società fanno fatica a creare uno stretto rapporto con i propri supporters. I programmi ambiziosi sono anche quelli che contemplano la valorizzazione della tifoseria. I risultati sportivi si raggiungono solo quando le società si adoperano per abbattere le distanze dai tifosi, coinvolgendoli nel progetto per farli sentire parte integrante. Questo succede nel resto dell’Europa, questo è quello che si prefigge Cosenza Nel Cuore.
Federico Perri, socio Cosenza Nel Cuore
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