di Anna Morrone
Il 2 giugno non è soltanto la festa della Repubblica; è il giorno in cui l’Italia ha scelto, per la prima volta con un coro a voci spiegate, da che parte stare. E in quel coro, la novità più rivoluzionaria è stata la voce delle donne.
Oggi che celebriamo l’ottantesimo anniversario della Repubblica Italiana, quel voto del 1946 ci appare ancora di più per ciò che è stato: l’atto di nascita di un’Italia nuova, moderna e democratica. Ottant’anni non sono solo un traguardo storico, ma un ponte temporale che ci unisce a quelle lunghe file davanti ai seggi, dove le donne — con le scarpe migliori e la tessera elettorale stretta in mano come il bene più prezioso — esercitavano per la prima volta il diritto di voto, attente a non far sbavare l’inchiostro con il rossetto. Fu l’inizio di una cittadinanza piena.
In quel contesto di profondo rinnovamento, ventuno donne straordinarie — le nostre Madri Costituenti — sedettero a Palazzo Montecitorio. Spesso ricordiamo i Padri della Patria, ma a ottant’anni di distanza è doveroso rendere omaggio a queste architette della Repubblica.
Il loro capolavoro politico non risiede solo nei testi che hanno scritto, ma nel modo in cui lo hanno fatto. Provenienti da mondi lontanissimi e spesso contrapposti — cattoliche, comuniste, socialiste, liberali — queste ventuno donne seppero compiere un miracolo di sintesi politica: superarono le rispettive rigide ideologie di appartenenza per guardare a una visione comune. Capirono che la priorità storica era fondare una casa comune basata sui diritti inviolabili di libertà e uguaglianza. Facendo rete, trasformarono le loro diversità in una forza d’urto capace di scardinare secoli di pregiudizi, scrivendo di proprio pugno articoli che hanno cambiato per sempre la vita quotidiana dei cittadini.
Se l’Articolo 3 (l’uguaglianza formale e sostanziale) e l’Articolo 51 (la parità di accesso agli uffici pubblici) sono le fondamenta nate da questo superamento delle barriere, la loro firma comune è impressa a fuoco in molti altri passaggi chiave della nostra Carta:
- L’Articolo 29 e il Diritto di Famiglia: Fu principalmente grazie a figure come Nilde Iotti che si scardinò la visione patriarcale del codice civile dell’epoca. L’articolo stabilisce l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi. Una rivoluzione enorme per un’epoca in cui l’autorità maritale era legge.
- L’Articolo 30 e la Tutela dei Figli “Illegittimi”: In un’Italia che emarginava i bambini nati fuori dal matrimonio, le Costituenti (tra cui Maria Federici) si batterono strenuamente per inserire il dovere e diritto dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio, assicurando loro ogni tutela giuridica e sociale.
- L’Articolo 31 e la Protezione della Maternità: Questo articolo affida alla Repubblica il compito di proteggere la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a questo scopo. Nacque dalla necessità impellente di sostenere le donne lavoratrice e madri nel trauma del dopoguerra.
- L’Articolo 37 e la Parità Salariale: Teresa Noce e Lina Merlin furono le paladine di questo articolo fondamentale, che sancisce che la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore, garantendo condizioni di lavoro che consentano l’adempimento della sua essenziale funzione familiare.
Ci hanno insegnato che la politica non è occupazione del potere, ma visione. Hanno guardato oltre le macerie della guerra e oltre i confini dei propri partiti per disegnare un futuro che allora sembrava pura utopia e che oggi è la realtà in cui viviamo.
La lezione più grande che ci arriva da questo importante anniversario è che la democrazia non è un modulo d’acquisto che si compila una volta sola. Non è uno stato permanente di grazia, né un trofeo da esporre in bacheca per l’eternità.
La democrazia è un organismo vivo: se smetti di nutrirlo, si ammala; se smetti di difenderlo, appassisce. Questi ottant’anni ci dimostrano che la Repubblica si costruisce ogni giorno: nei gesti quotidiani, nel rifiuto dell’indifferenza, nella difesa dei diritti dei più fragili e nella pretesa di una reale parità di genere che, ancora oggi, vede troppi traguardi (dalla parità salariale effettiva alla violenza di genere) drammaticamente distanti.
Oggi, nel traguardo degli ottant’anni della Repubblica, celebrare il 2 giugno significa recuperare il senso profondo e “lungo” della politica. La politica con la “P” maiuscola non rincorre il consenso immediato della giornata o l’ultimo trend social; la politica ha lo sguardo rivolto alle prossime generazioni. È l’arte di progettare il domani partendo dalle solide fondamenta della nostra Costituzione e dall’esempio di chi ha saputo dialogare per il bene collettivo.
Ripartire dall’eredità delle Madri Costituenti, a due decenni dal secolo di vita della Repubblica, significa capire che il futuro non si subisce: si edifica. E l’edificio della nostra Repubblica sarà sempre più solido, sicuro e inclusivo finché le donne saranno messe nella condizione di progettarlo e guidarlo, alla pari, in ogni luogo in cui si decide il domani.
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