In un tempo segnato dall’individualismo, dall’economia che esclude e da un potere sempre più distante dai bisogni reali delle persone, la Chiesa, grazie a figure come Papa Francesco e il Cardinale Matteo Maria Zuppi, si fa voce profetica e presenza concreta tra gli ultimi.
Zuppi non è solo un pastore, ma un fratello tra i fratelli, uno che ha scelto di abitare le periferie dell’esistenza, là dove spesso la speranza si spegne. La sua azione e il suo pensiero sono pienamente in sintonia con il magistero di Francesco: mettere al primo posto i poveri, gli emarginati, i migranti, coloro che la società del potere economico e politico tende a ignorare o a scartare.

Non si tratta di ideologia, ma di Vangelo vissuto. È la “Chiesa in uscita” che scardina la logica dell’efficienza e abbraccia la logica dell’amore. È la Chiesa della prossimità, che si sporca le mani, che accoglie senza giudicare, che accompagna senza forzare.
In un mondo che costruisce muri, Zuppi – come il Papa – costruisce ponti. Con tenacia evangelica, promuove il dialogo, la pace, l’incontro tra le diversità. È un esempio per tutti noi: per i credenti, ma anche per chi cerca ancora un senso, un orizzonte umano e spirituale.
Seguire la sua testimonianza significa scegliere una fede incarnata, che guarda al povero e riconosce in lui il volto stesso di Cristo. È lì che la Chiesa ritrova sé stessa: non nel potere, ma nel servizio.
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