Scott Henderson non è solo un eccelso musicista, ma anche un uomo simpatico con il quale è piacevolissimo chiacchierare. Mai divo, accetta di essere intervistato e racconta al nostro giornale parti della sua vita, della sua carriera e alcune riflessioni sul suo modo di concepire la musica
Ha appena finito il soudcheck, quando Cristian Romeo, organizzatore del festival AlterAzioni gli chiede se gli va di essere intervistato da una giornalista di una testata di Cosenza. Lui, Scott Henderson, alza lo sguardo dalla chitarra alla quale ha appena cambiato le corde e mi sorride. Fa di si con la testa mentre mi viene incontro porgendomi la mano, e proclamando un sentito “nice to meet you, Simona”. Poi mi invita a sedermi in platea, in prima fila e dopo aver espresso il desiderio di bere un cappuccino, mi chiede come sto e incuriosito, mi incoraggia a porgli le mie domande.

Non è facilissimo stare al cospetto di un musicista di quel calibro eppure lui non incute soggezione, anzi, mette a proprio agio e ascolta le mie domande – rigorosamente in inglese – con attenzione ed entusiasmo.
E così dopo averlo ringraziato per aver accettato la mia intervista gli consegno le mie curiosità.
S: Mr Henderson, a quanti anni ha incominciato a suonare la chitarra, e quando ha capito che la musica sarebbe stata la sua vita?
SH: Beh ero molto giovane. Credo di aver avuto 10/12 anni, quando ho incominciato a suonare ed altrettanto presto ho capito che la mia strada era la musica. Ero alle medie e già suonavamo con degli amici in una Band, non per soldi ma per il gusto di farlo e senza renderci ancora conto che in quel momento ci stavano esercitando per quel futuro nel quale la musica sarebbe stata il nostro lavoro
S: So che non è la prima volta che viene in Calabria…(intervenuto più volte al Peperoncino Jazz Festival di Diamante)
SH: No assolutamente. Sono venuto molte volte. Pensa che io faccio tour dal 1982 e ho fatto così tanti concerti in Europa che ho perso il conto. Certo ci sono dei posti che visito con più piacere e la Calabria è uno di quelli.

S: Mi piacerebbe sapere com’è una tipica giornata di Scott Henderson.
SH: Beh dipende da quello che succede durante la giornata. Effettivamente io registro ogni giorno, ogni giorno sono in sala di incisione. Poi, bene o male, devo passare del tempo con mia figlia, che ha 11 anni e ho anche un cane da portare a spasso. Passo abbastanza tempo in casa anche se sto sempre a scrivere musica, cercando di sfidare me stesso facendo sempre meglio e questa è una delle cose più difficili da fare per un musicista. Un’altra cosa difficile è senza dubbio comporre, perché non sapendo cosa verrà fuori devi tornare indietro e riprovare riprovare riprovare, tante volte. Ci vogliono mesi per comporre un album come ad esempio in questo caso di “viber station”. Ho appena finito l’album e sto già pensando al prossimo e so per certo che non sarà facile. Pensa che per quello che abbiamo appena fatto, abbiamo utilizzato 2 anni, uno per scrivere la musica, e un anno per registrare. Sarà un lavoro duro e molto impegnativo il nuovo album.
S: Come è passato dal jazz al blues?
SH: Sono passato dal blues al jazz, e questa cosa è stata molto condizionata dal tipo di musica che ascolto, dai Led Zeppelin, ai Deep Purple, a BB king, ed è proprio attraverso questo passaggio che mi sono reso conto che tra blues e jazz ci sono similarità molto forti. Quindi ho avuto solo bisogno di aprile la mente ed ascoltare nuovi generi musicali e questo è stato anche condizionato dai miei amici che mi hanno spinto ad ascoltare altri tipi di musica. Non ho subito capito quale fosse il mio personale stile, eppure all’età del college ho capito che era il jazz la mia aspirazione più grande. Solo andando avanti con gli anni ho capito che la musica, tutta, è cosa buona da ascoltare.

S: Secondo lei le nuove generazioni verso quale tipo di musica stanno andando?
SH: Ultimamente si sta entrando nel circolo vizioso della generalizzazione, nel senso che i giovani si basano sul contesto sociale più che quello musicale. Cantano le canzoni senza neanche seperne il significato. Come per esempio il jazz, era ispirato ai neri che lavoravano nei campi e per sopportare la fatica di inventavano canzoni e cantavano. Se uno sceglie un genere tutti in quel momento lo seguono e scelgono lo stesso, è così via di periodo in periodo. Uno ascolta il rap tutti il rap. L’Heavy Metal? Tutti l’Heavy Metal è così via. Non li riesco a capire… secondo me è assai noioso tutto questo. Lo trovo molto triste perché loro non sanno che peso posa occupare quel genere di musica.
S: Qual’è secondo lei il posto del mondo dove maggiormente amano la sua musica?
SH: Probabilmente l’Italia dove ci sono grandi gruppi di ascoltatori di jazz e le persone sono molto felici di venirti ad ascoltare. Altro posto del mondo è quando si scende nel sud America, in Cile, come ad Hong kong e in Cina. Una cosa molto triste è che in America il jazz non sia più molto apprezzato malgrado ne sia la culla. Invece in posti come l’Europa e soprattutto in Italia, la gente viene ad ascoltare il genere, non prettamente l’artista o un preciso lavoro discografico.L’Italia sa amare il jazz. Perché quello è un genere che ascoltato una volta nella vita, poi ti conquista per sempre.
S: Mr Henderson qual’è il suo album personale che più la rappresenta?
SH: Probabilmente proprio l’ultimo album, perché non c’è un solo genere al suo interno, ma un insieme di più generi ed è quello che più mi rappresenta perché è qualcosa di aperto, che possa adattarsi non solo ad una sola persona, ma a tante persone. È un album che mira al coinvolgimento di tutti perché abbraccia più generi musicali.
Quando gli dico che le domande sono finite, sembra quasi dispiaciuto. Mi chiede se sono un’appassionata di jazz e se resterò ad assistere al concerto, e quando gli rispondo che sì, sono un’appassionata, una musicista e che sono lì proprio per godermi la sua performance, mi chiede di essere sincera e di dirgli alla fine del concerto, cosa me ne è parso.

Ci alziamo da quelle poltrone, decidiamo di farci una foto insieme e poi mi dice in italiano “grazie Simona, ci vediamo presto…presto”. Sorridendogli, gli ho risposto di si.
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