L’omicidio di Roberta Lanzino a una clamorosa svolta, dopo 26 anni dalla sua uccisione è stato isolato il DNA del colpevole
Aveva 19 anni Roberta Lanzino, era al primo anno di università e nel tempo libero lavorava in radio. Nell’estate del 1988, quel giorno, percorreva in motorino la strada statale in direzione Paola per recarsi al mare, il resto lo sappiamo, la violenza sessuale e poi l’uccisione.

Sul lungo del delitto fu trovato del liquido seminale – fino ad ora mai analizzato – rinvenuto su una zolla di terreno e da quello, i tecnici del Ris di Messina, sono riusciti dopo 26 anni, ad isolarne il DNA riuscendo finalmente a dare una svolta decisiva a questa vicenda, ricavando elementi utili per tracciare un profilo “biologico” dell’assassino.
Per quell’omicidio è ancora in corso il processo davanti alla corte d’assise di Cosenza.
Questa vicenda non è dunque priva di colpi di scena, visto che già lo scorso aprile, saltò fuori dai reperti un braccialetto che la vittima indossava e che era rimasto chiuso negli archivi senza mai essere esaminato.
E così i due esperti del Ris di Messina, il maggiore Carlo Romano ed il maresciallo Giovanni Marcì, il prossimo 21 gennaio compariranno in aula, per rendere noti tutti i particolari emerso dalla analisi effettuate su quel braccialetto, sul motorino utilizzato dalla vittima e su quel Dna che presumibilmente parlerà chiaro su chi ha compiuto il folle gesto.
Si disquisirà dunque su quei particolari che potrebbero dire tutta la verità nonché rivelare – senza più ombra di dubbio – il nome della persona che violentò ed uccise la ragazza, lasciando poi il cadavere su quella strada isolata di Falconara Albanese.
Sarà inoltre necessario fare la comparazione del dna ricavato dal liquido seminale, con quello dell’imputato, Francesco Sansone, un agricoltore, già accusato di aver violento ed ucciso Roberta Lanzino insieme a Luigi Carbone, un pastore, vittima di lupara bianca, sparito un anno dopo l’accaduto.
La vicenda resta legata ad un’ombra di mistero e ci si chiede perché alcuni elementi repertati, dopo il ritrovamento del corpo, stranamente risultarono spariti, impedendo che venissero già analizzati all’epoca dei fatti, costringendo pertanto la famiglia a rinunciare per 26 anni a delle risposte che spettavano loro di diritto.
Oggi questa svolta, però, potrebbe dare tutte le risposte del caso, ed allora non resta che attendere i riscontri, per dare il benvenuto, finalmente, a quel fondamentale binomio “giustizia e verità”.
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