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Pedagogia dell’Antimafia, al via il sedicesimo anno accademico: “I territori della ferita” al centro del nuovo percorso formativo

Giancarlo Costabile inaugura il nuovo ciclo di lezioni all’Unical nell’Aula Solano, ponendo al centro la memoria del professor Fortunato Maria Cacciatore.

Mercoledì 23 settembre, alle ore 14, nell’Aula Solano dell’Università della Calabria, prende il via il sedicesimo anno di Pedagogia dell’Antimafia. Un percorso educativo dedicato al tema del dolore, delle ferite individuali e collettive e della responsabilità di costruire percorsi di liberazione nei territori segnati dalla violenza mafiosa.

Il progetto educativo è promosso da Giancarlo Costabile nell’ambito delle attività del Dipartimento di Culture, Educazione e Società (DiCES). Il nuovo ciclo di lezioni e seminari sarà dedicato al tema «I territori della ferita», una riflessione sulle comunità attraversate dalla violenza mafiosa, dalle disuguaglianze sociali e dalle diverse forme di marginalità, ma anche sulle esperienze di resistenza civile e sui percorsi di liberazione che, attraverso l’educazione, restituiscono dignità alle persone e futuro ai territori.

Il sedicesimo anno accademico sarà dedicato alla memoria del professor Fortunato Maria Cacciatore, giovane collega prematuramente scomparso, e ai temi della resistenza contro le ingiustizie e le sudditanze. Una dedica che conferisce al nuovo percorso formativo un significato particolarmente profondo, ponendo al centro della riflessione pedagogica il dolore come esperienza umana e collettiva, ma anche come luogo nel quale possono maturare la coscienza critica, la responsabilità e l’impegno per la giustizia. La memoria di Fortunato Maria Cacciatore accompagnerà le attività didattiche e seminariali del corso, richiamando la necessità di riconoscere il dolore senza rimuoverlo, di custodire la memoria senza trasformarla in una commemorazione fine a sé stessa e di continuare a costruire, attraverso la conoscenza e la partecipazione, percorsi di liberazione individuale e collettiva.

I territori della ferita sono anche i territori del dolore. Un dolore che attraversa le biografie delle vittime innocenti delle mafie, delle loro famiglie e di quanti hanno conosciuto la violenza, l’isolamento e la privazione della libertà. Ma sono anche i luoghi nei quali la sofferenza assume una dimensione sociale e collettiva, manifestandosi nell’abbandono delle periferie, nella negazione dei diritti, nella povertà educativa e nella progressiva perdita di fiducia nelle istituzioni e nella possibilità di costruire un futuro diverso.

In questa prospettiva, la ferita non rappresenta soltanto il segno della violenza subita, ma diventa una categoria pedagogica attraverso la quale leggere le contraddizioni dei territori e riconoscere le responsabilità educative della comunità. Il dolore, infatti, non genera automaticamente consapevolezza o liberazione. Può produrre silenzio, paura, rassegnazione e isolamento. È compito dell’educazione creare le condizioni affinché la sofferenza possa essere riconosciuta, condivisa ed elaborata, senza essere dimenticata o trasformata in una condizione permanente di marginalità.

Il sedicesimo anno rappresenta un traguardo significativo per un’esperienza formativa nata il 23 maggio 2011, nell’anniversario della strage di Capaci, come percorso seminariale all’interno degli insegnamenti di area pedagogica dell’Ateneo e diventata, a partire dall’anno accademico 2018-2019, disciplina di base del Corso di Studio in Scienze dell’Educazione. Un laboratorio permanente di ricerca, formazione e cittadinanza attiva che ha progressivamente superato i confini delle aule universitarie, trasformando i territori del Mezzogiorno in luoghi di apprendimento, partecipazione e responsabilità collettiva.

Il bilancio dei primi quindici anni restituisce la dimensione di questo impegno: oltre 200 seminari in presenza, 35 incontri online durante l’emergenza sanitaria, 60 iniziative di cittadinanza attiva nelle scuole calabresi e 45 laboratori di antimafia sociale realizzati nelle regioni del Sud Italia, senza il ricorso a fondi pubblici. Oltre 300 relatori hanno contribuito al percorso formativo, portando nelle aule universitarie le esperienze della magistratura, delle forze dell’ordine, del mondo della scuola, dell’associazionismo, della Chiesa e dei movimenti impegnati nella difesa dei diritti e della giustizia sociale.

Da Scampia a Palermo, dalla Piana di Gioia Tauro alla Locride, passando per le periferie di Cosenza, Pedagogia dell’Antimafia ha costruito negli anni una rete di relazioni educative con comunità segnate dalla presenza delle organizzazioni criminali e, nello stesso tempo, protagoniste di importanti esperienze di riscatto sociale. Il primo laboratorio territoriale, realizzato nel novembre 2011 sui beni confiscati della cooperativa Valle del Marro, ha inaugurato una metodologia didattica fondata sull’incontro diretto con le persone e con le realtà impegnate nella trasformazione dei contesti sociali. Nel maggio 2013, la prima visita formativa a Scampia ha aperto un percorso di collaborazione con le esperienze di antimafia sociale del quartiere napoletano, successivamente consolidato attraverso numerose iniziative di cittadinanza attiva.

Il nuovo ciclo formativo raccoglie anche l’eredità delle iniziative realizzate nel corso del quindicesimo anno accademico. Particolare rilievo ha assunto il patto educativo promosso dall’Università della Calabria con la Direzione Investigativa Antimafia di Catanzaro, attraverso l’incontro del 23 febbraio 2026 con il procuratore capo di Catanzaro, Salvatore Curcio, e il capo del Centro operativo DIA, Beniamino Fazio. Un’esperienza che ha posto al centro del confronto con gli studenti il rapporto tra contrasto alla criminalità organizzata, responsabilità individuale e partecipazione democratica.

Nella stessa direzione si inserisce il percorso educativo che ha coinvolto le scuole di Rosarno, Brancaccio e Cutro, mettendo in relazione esperienze scolastiche e comunità territoriali accomunate dalla volontà di contrastare le culture mafiose attraverso la formazione delle nuove generazioni.

Il sedicesimo anno di Pedagogia dell’Antimafia intende dare continuità a questo lavoro, rafforzando il dialogo tra università, scuola, magistratura, istituzioni e società civile. La prospettiva pedagogica di riferimento resta quella di un’educazione critica e liberatrice, ispirata anche alle esperienze di don Lorenzo Milani e Paulo Freire, nella quale la conoscenza non si limita alla comprensione dei fenomeni criminali, ma diventa strumento di emancipazione e di partecipazione alla vita democratica.

A sedici anni dall’avvio del progetto, la sfida è continuare ad abitare i territori della ferita, riconoscendo nel dolore delle persone e delle comunità una responsabilità che interpella l’università, la scuola e le istituzioni. Perché educare alla resistenza antimafia significa anche imparare a non voltarsi dall’altra parte di fronte alla sofferenza, trasformando la memoria in coscienza critica, la conoscenza in partecipazione e l’indignazione in impegno concreto per la costruzione di comunità più libere e giuste.

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