“Là dove c’era l’erba ora c’è una città”. In Italia, dal boom economico fino al 2011, la produzione di calcestruzzo pro-capite ha continuato a toccare livelli altissimi. Tale produzione è stata dettata dalla logica del guadagno e si è legata allo sviluppo senza sosta e alla smania di costruire non in maniera rispettosa né dell’uomo né dell’ambiente.

E dove era possibile recuperare edifici attraverso una magari meno costosa riqualificazione, anche Scuole e edifici per uffici pubblici, si è scelto invece di dismetterli. Si sono così sostenuti elevati costi per nuove costruzioni e create in tutta Italia molte aree in stato di abbandono diventate ricettacolo di pericolo sociale, criminale e ambientale.
E nei pochi casi di città in espansione dove si era pensato di costruire osservando alcune direttive di salvaguardia delle distanze, aree condominiali e pubbliche ampie e verdi, sia per gli edifici privati che per i pubblici (PER COME DOVREBBE ESSERE NELLA NORMALITA’), ci si è poi magari quasi immediatamente accodati alla REDDITIZIA, PER POCHISSIMI, CEMENTIFICAZIONE a fini speculativi. Per cui ci ritroviamo esempi dove negli stessi Comuni ci sono zone moderne ma meno nuove concepite in maniera adatta, zone più nuove, PRIMA VERDI, SACRIFICATE ALLA CEMENTIFICAZIONE SFRENATA, ampie zone periferiche con qualche costruzione in più ma mai efficientate per collegamenti e servizi e i centri storici in enorme sofferenza.
Chi si propone oggi alla guida delle città deve farlo con la coscienza di voler invertire l’azione rispetto alle passate mancate volontà politiche e amministrative, inventiva e necessaria progettualità a favore del cittadino e dell’ambiente per iniziare il difficile percorso di fuoriuscita da queste LUNGHE DECADI DI “MODERNITÀ MALATA” che ha arricchito pochi e, forse in maniera non recuperabile, indebitato le casse comunali per milioni di euro.
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