Banner Conad
Fuscaldo Lungomare

Ricordando le domeniche d’agosto di un tempo appena passato

Di Anna Maria Ventura

Negli anni ’60, molte famiglie, nella stagione estiva, soprattutto nel mese di Agosto, erano solite recarsi di domenica in qualche località dei nostri mari di Calabria, per vivere una giornata di mare.

Ricordo le domeniche di Agosto al mare della mia infanzia e adolescenza.

Si partiva da Macchia di Spezzano Piccolo, oggi Casali del Manco, tra le colline morbide della Presila, quando il sole filtrava tra i rami dei cerri e dei faggi e l’aria portava un fresco che sapeva di pane e legna arsa.

La 600 marrone, lucida e compatta, ci attendeva, con mio padre alla guida, davanti alla porta di casa. Nella borsa di tela, che mia madre preparava con una cura da rito antico, c’erano la parmigiana di zucchine, le polpette di melanzane, la pasta ripiena, il pane di casa ancora tiepido, l’anguria tagliata a fette e il fiasco di vino, della nostra vigna, detta “gauro”, avvolto nella paglia. Si scendeva verso Cosenza e poi si prendeva la vecchia strada per Paola, che attraversava San Fili, dove un semaforo fermava le macchine davanti a un balcone coi gerani, al profumo di caffè che usciva da un bar, a un cane addormentato sull’uscio. Era una pausa breve eppure infinita, in cui, se pure adolescente, percepivo che «è bello vivere, perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante» (Pavese, Il mestiere di vivere).

La strada per il mare si insinuava tra le faggete e i castagneti dell’Appennino Paolano, e oltre l’ultima curva si apriva il mare azzurro, limpido, che prometteva un orizzonte infinito. Guardandolo, per non perdermi nell’anelito dell’infinito, pensavo alle colline della Presila, alle radici che restavano lì, ferme, a nutrire l’anima, perché «l’anima tua è un paesaggio» (Montale, Ossi di seppia). A Fuscaldo la spiaggia era larga e chiara, il mare trasparente fino ai sassi del fondale, e l’orizzonte si stendeva come un sogno senza confini.

I bambini costruivano castelli di sabbia che le onde smontavano senza fretta, e qualcuno diceva che «il mare restituisce ogni cosa, a volte con ritardo, ma lo fa» (Erri De Luca, Il giorno prima della felicità). Le radici stavano nelle colline della Presila e i sogni nell’orizzonte marino Come scriveva Saverio Strati, l’uomo per vivere ha bisogno di radici e di sogni, e chi perde uno dei due rischia di perdersi. Quando il sole calava, riprendevamo la via del ritorno e alla fontana di montagna riempivamo le borracce con l’acqua fresca; sul cofano della 600, come su una tavola imbandita si finivano gli avanzi del pranzo e «il ritorno era parte del viaggio, e la strada era più vera quando l’avevi già percorsa» (Repaci, Il Pontile di ferro).

Sotto il cielo che si faceva viola, la lunga fila di automobili prima saliva, poi scendeva lentamente verso Cosenza, e in quella processione di fanali rossi c’era una serenità che oggi sembra irripetibile, costruita su una pace conquistata dopo una guerra immane, una dittatura, un dopoguerra con una nazione da costruire dalle fondamenta, nella pace e nella democrazia.

E, mentre il ricordo di quelle domeniche d’agosto scorre, il presente si insinua tra le pieghe della memoria: le stesse acque limpide che ci accoglievano ora portano storie di naufragi, di bambini stretti nelle braccia dei genitori e persi tra le onde, di città ridotte in macerie dai bombardamenti, di sirene che interrompono notti silenziose e sogni sospesi. Le spiagge larghe e pulite si trasformano nel simbolo di ciò che l’uomo rischia di perdere e la luce del sole che colpiva i castelli di sabbia convive con l’ombra delle guerre disumane e delle migrazioni disperate.

La 600 marrone, le curve tra i castagneti e le faggete, il mare che si stendeva infinito, tutto questo sopravvive nell’immagine della memoria, ma si fonde con i segnali del mondo che vacilla: città bombardate, fiumi di profughi, mari dove le speranze si infrangono contro scogli invisibili. È come se passato e presente respirassero nello stesso respiro, e nell’aria si mescolassero il profumo di pane caldo e legna, e quello salmastro di lacrime e paura.

Eppure, tra il dolore del presente e la dolcezza del ricordo, resta un insegnamento: la pace, l’armonia fra l’uomo e il mondo, fra l’uomo e la natura, fra l’uomo e i suoi fratelli, di ogni angolo del mondo, devono essere un’esigenza primaria, da perseguire con ogni mezzo che abbiamo a disposizione. Guai ad arrendersi all’indifferenza!

La memoria della 600 marrone tra le colline e il mare azzurro diventa un invito a cercare radici e sogni, anche quando il mondo intorno è ferito, a ricordare che l’uomo può ancora respirare, tra le pieghe del tempo, l’aria di un orizzonte che promette la bellezza di un giorno semplice fra pace e armonia.

Fuscaldo Lungomare
Fuscaldo Lungomare
Condividi questo contenuto