Di Anna Maria Ventura
“Solo come la luna. Rabbia, amore, personaggi e linguaggio del popolo in Saverio Strati” di Domenico Stranieri, edito da Rubbettino, 2025, con una bella prefazione di Giuseppe Polimeni, Professore Ordinario di Storia della Lingua italiana all’Università Statale di Milano e Accademico della Crusca, è un saggio che riesce a conciliare la passione con la disciplina, lo zelo conoscitivo con una lettura intimamente empatica, offrendo un ritratto di Saverio Strati che è insieme profondo e umano, critico e partecipe.
In un’unica prospettiva narrativa, Stranieri costruisce un discorso che non si accontenta di celebrare l’autore calabrese, ma lo mette in dialogo vivo con le sue origini, i suoi drammi, la sua tensione morale, il contesto storico, linguistico e sociale in cui è maturata la sua opera. L’operazione non è neutra, anzi si percepisce che l’autore sente su di sé il peso e il dovere della memoria: tracciare “ciò che è stato” per capire “ciò che siamo”.
La forza di questo saggio sta anche nell’accurata ricerca che Stranieri ha condotto, attingendo a fonti critiche e riportando ampiamente citazioni dalle opere di Strati, così da costruire un mosaico coerente che consente al lettore di ripercorrere l’intera parabola narrativa dello scrittore, dai primi racconti fino alla maturità dei romanzi più complessi. In questo modo il libro non è solo interpretazione, ma quasi una guida che restituisce la voce originale di Strati insieme alle riflessioni che ne illuminano il valore.
Stranieri apre con un’attenta ricostruzione biografica che non è mera cronaca ma premessa necessaria per comprendere la forza dei temi che attraversano l’opera di Strati: l’emigrazione, la fatica del lavoro, il senso di appartenenza e disappartenenza, la terra come elemento identitario che muove desideri, frustrazioni, nostalgia. Quello che emerge è l’“uomo che parte”, ma anche l’autore che resta, che annota, che narra persone comuni trasformate in mito collettivo.
Quella di Strati si può definire “letteratura in movimento”. Nelle sue pagine la rabbia è dolore: è il sentimento che precede la parola, che alimenta lo sguardo critico, la capacità di dire no, la spinta morale verso la giustizia sociale. L’amore ha molteplici vesti: amore per la propria terra, amore per la parola, amore per i personaggi, ossia per chi è meno visibile, chi non ha voce.
I personaggi stratiani, indagati da Stranieri, escono dal saggio non come figure isolate, ma come componenti di un coro di voci variegate che restituiscono la complessità di una Calabria e di un Sud spesso semplificati. Tàscia e Tibi diventano simboli di amicizia e intimità, Cicca è esempio di “volo”, nel senso di emancipazione, o di desiderio di liberazione, Zio Cicalino un’icona della lucidità e della follia morale insieme, l’Uomo in fondo al pozzo un’immagine potente del silenzio e della marginalità. Stranieri non si accontenta di descriverli ma li “fa parlare”, ne indaga le scelte lessicali, ne vive la densità, sempre supportato da citazioni testuali che rendono tangibile la scrittura stratiana.
L’intero corpus dell’autore da “Il selvaggio di Santa Venere” a “Il Diavolaro”, da “Tutta una vita” fino ai racconti meno noti, è percorso con attenzione e restituito al lettore in una visione d’insieme che ha il pregio della completezza.
Il capitolo sul linguaggio del popolo è forse quello centripeto dell’intero libro: qui Stranieri dimostra come Strati non abbia scelto un linguaggio “popolare” solo come sfondo o ambientazione, ma come struttura stessa dell’esperienza narrata. Il dialetto, le inflessioni orali, la lingua contadina, la lingua delle famiglie semplici, tutto diventa materiale di scrittura, non filtro o ritaglio.
E questo uso del linguaggio, così concreto, così aderente al vissuto, è ciò che permette ai personaggi di essere contemporaneamente unici e simbolici. Non mancano le parti che arricchiscono il quadro: la passione di Strati per l’arte, la sua solitudine negli anni ultimi, l’isolamento geografico, la lotta interiore fra l’io dello scrittore e l’io del testimone, la tensione fra fedeltà al reale e invenzione narrativa. Queste parti del saggio non sono meri orpelli ma servono a mostrare le ambiguità, le contraddizioni, le difficoltà che l’autore ha dovuto affrontare.
Al centro del libro emerge anche la visione della Calabria stratiana, una terra amata e sofferta, madre e matrigna, crocevia di partenze e ritorni, di memorie contadine e di aspirazioni moderne, segnata da povertà e marginalità ma intrisa di dignità. Strati la racconta senza indulgenze né idilli, mettendo in luce le sue ombre: l’emigrazione forzata, la miseria, la fatica, ma anche i bagliori di umanità che vi si nascondono, la capacità di resistenza, la forza dei legami comunitari.
Stranieri restituisce questa Calabria senza filtri, con la consapevolezza che i conflitti narrati dallo scrittore non appartengono solo al passato: l’abbandono dei paesi, lo spopolamento, le disuguaglianze sociali, l’invisibilità culturale del Sud sono questioni oltremodo vive. È qui che si misura l’attualità del messaggio stratiano: l’invito a riconoscere le proprie radici non come catena ma come punto di partenza, la necessità di trasformare la rabbia in energia civile, l’urgenza di dare voce a chi voce non ha.
Uno dei messaggi più forti che emergono dal saggio è proprio la funzione civile della letteratura. Per Strati scrivere non significava abbellire il reale, ma assumerlo nella sua durezza e restituirlo come testimonianza: i suoi personaggi diventano portatori di verità scomode e custodi di un sapere popolare che non può essere dimenticato. La letteratura è un atto politico, non nel senso propagandistico, ma come gesto di responsabilità verso gli ultimi e come forma di riscatto della memoria collettiva.
Stranieri coglie questa dimensione con chiarezza e ne fa il cuore del suo saggio: citazioni, analisi e richiami filologici non sono esercizi eruditi, ma strumenti per restituire alla parola stratiana la sua forza di denuncia e di speranza. La funzione civile si prolunga nella pratica stessa dell’autore del libro, che unisce alla riflessione critica l’impegno concreto di sindaco: organizzare premi, coinvolgere le scuole, recuperare i luoghi stratiani significa estendere l’opera di Strati al presente, rendere la letteratura viva e partecipe della comunità. In entrambi i casi, nello scrivere e nel governare, emerge la stessa convinzione: la parola può farsi azione. Raccontare significa assumersi la responsabilità di cambiare e la cultura diventa il primo strumento per costruire dignità e futuro.
“Solo come la luna” è un titolo che sa di solitudine ma anche di luce. Quella luna che resta alta, che illumina anche quando è lontana, che guida chi resta e chi parte. È un’immagine che ben sintetizza il senso del saggio: l’eredità di Strati non è nostalgica, non è museo, ma presenza, influenza, possibilità di cammino. Stranieri ci invita a guardare Strati non come un autore appartenente al passato, ma come voce viva del nostro presente, in grado di parlarci delle nostre ferite e delle nostre speranze e di additarci la strada verso un futuro di rinascita.
“Solo come la luna” diventa un testo prezioso, indispensabile per chi ama Saverio Strati, utile per chi studia la letteratura meridionale, bello per chi cerca nelle parole il coraggio delle radici e la tensione verso il senso.
Un libro non è soltanto critica letteraria, ma riflesso di un percorso biografico e civile che si intreccia con il destino stesso di Strati. Stranieri porta dentro la sua analisi l’esperienza di sindaco di Sant’Agata del Bianco, il borgo che diede i natali allo scrittore, e da quella posizione di responsabilità pubblica ha avviato un lavoro politico e culturale volto a restituire dignità e visibilità a una figura troppo spesso relegata ai margini, trasformando la memoria di Strati in patrimonio collettivo e in strumento di coesione sociale.
È in questa continuità tra impegno critico e impegno civico che risiede il valore di Stranieri. La creazione del Premio Letterario Saverio Strati, le letture pubbliche, il recupero dei luoghi stratiani e il coinvolgimento delle scuole testimoniano una volontà di radicare la letteratura nel tessuto vivo della società.
L’attualità del pensiero che anima questo lavoro sta proprio qui: nel concepire la cultura come bene comune, nella convinzione che la letteratura non appartenga al passato ma al presente, e che la memoria, se condivisa e vissuta, possa diventare strumento concreto di emancipazione. Così Stranieri, giornalista, intellettuale e amministratore insieme, dimostra che il ricordo di Saverio Strati non è esercizio nostalgico, ma chiave per comprendere le contraddizioni del nostro tempo e bussola per affrontarle con coraggio e responsabilità.

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