Il 1 dicembre 2024 sul calendario è da segnare come data “storica”. Si vota il referendum per la Città Unica. E ci sarà la prima vera indicazione da parte dei cittadini di Cosenza, Rende e Castrolibero sul percorso da intraprendere nel futuro sull’unione di questi tre comuni o meno.
L’ufficialità di questo voto previsto per il 1 dicembre è arrivata alle prime ore del mattino e sulla rete già si è scatenato un pandemonio.
Non staremo qui a riportare i commenti specifici con i nomi e cognomi, ma da una prima scrematura si intuisce che chi vota “no” è rigorosamente radicato e aggrappato al concetto di comune visto come una grande identità.
Soprattutto i rendesi, quelli che non si arrendono mai, si sentono quasi offesi da questa unione perché la vedono come una sorte di “annessione” e nello stesso tempo non vogliono prendere i “debiti di Cosenza”.
I cosentini, quelli veraci, giustificano il loro “no” con meno convinzione. E se lo fanno è quasi per goliardia più che per un discorso campalinistico.
I cittadini di Castrolibero invece sono da considerare come una sorte di cittadini della Svizzera. Il pensiero dominante “dettato” anche dalle capacità di comunicazione di un brillante e giovane sindaco come Orlandino Greco è questo: “noi stiamo bene così… la nostra Castrolibero ha tutti i servizi e perché dobbiamo unirci con altre due realtà che hanno debiti?”.
In sintesi l’informazione e il dettaglio sui vantaggi o meno di un percorso unico ancora non sono ben comunicati ad una popolazione che per adesso si basa su concetti di appartenenza e paura di vedere i propri servizi peggiorati.

Di certo c’è da dire che l’unione almeno per quanto riguardano i comuni di Cosenza e Rende a livello urbanistico e anche “visivo” è un’unione ormai palese soprattutto agli occhi dei giovanissimi.
Lavori a Cosenza, dormi a Rende, vai a scuola a Cosenza dormi a Rende, dormi a Cosenza vai all’Unical, dormi a Cosenza lavori nella zona industriale di Rende. Il vissuto delle persone è molto importante in questa trasformazione da comuni distinti e separati in comuni unici.
Brava a questo punto deve essere la classe dirigente. Una classe dirigente che deve fare del “no” una vera ragione cercando di andare nel dettaglio e farlo capire anche meglio ai cittadini e non per una difesa di quell’orticello elettorale che ti da prestigio e potere.
Una classe dirigente che al “si” deve riuscire, fin da subito, a sintetizzare al meglio quei servizi che poi dovranno essere “comuni”. Perché in politica poi non devono passare anni e anni per ricevere concretezza.
L’esempio della costruzione dell’ospedale pubblico che fino a poco tempo fa non trovava addirittura una collocazione (se farlo sorgere a Rende o a Cosenza) è un pessimo esempio di una politica che dovrebbe essere più devota al servizio e meno alle chiacchiere.
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