Excursus storico del campionato dei lupi. L’accettazione della sconfitta come stimolo per raggiungere tutti insieme nuovi importanti traguardi

È stata una strana stagione per il Cosenza Calcio quella appena andata in archivio con l’eliminazione ai quarti di finale dei playoff. Strana perché nell’arco di 9 mesi si sono susseguiti una serie di alti e bassi che raramente si erano verificati da queste parti con tale alternanza. Momenti esaltanti, come lo storico 0-3 in quel di Catanzaro con cui la compagine allora guidata dal tecnico Roselli ha aperto il campionato, e altri deprimenti, tra i quali il derby di ritorno pareggiato tra le mura amiche e le scialbe prestazioni contro Fidelis Andria e Siracusa in trasferta, contro Taranto, Catania e Casertana in casa. Curioso caso del destino che gli scontri fratricidi contro gli acerrimi rivali giallorossi abbiano inciso così tanto nel bene e nel male: il match di andata ha infiammato la piazza come non mai, regalando ai supporters silani una gioia che aspettavano da 66 lunghissimi anni; quello di ritorno nel periodo natalizio ha di fatto messo fine all’avventura di Giorgio Roselli sulla panchina rossoblu, costringendo la società a correre ai ripari per non compromettere l’andamento della stagione.
Gioie e dolori, entusiasmo e rassegnazione, esaltazione e rabbia: se ne sono viste davvero di tutti i colori. Calciatori portati in trionfo, poi contestati duramente, dopodiché nuovamente applauditi. Il calcio è così, memoria corta, molto corta, in un batter d’occhio ci si dimentica di cose belle e cose brutte, basta un attimo per passare dal paradiso all’inferno e viceversa. I segni sono rimasti sulla pelle degli elementi più rappresentativi, quelli che hanno contribuito a scrivere pagine importanti della storia rossoblu negli ultimi anni e che in un nonnulla sono diventati l’obiettivo principale delle critiche più feroci.

Le scorie si vedranno tutte nelle prossime settimane quando, in tutta probabilità, i vari Blondett, Tedeschi, Caccetta e Criaco faranno le valigie per trasferirsi altrove e mettere fine alla loro pluriennale esperienza con la maglia del Cosenza. Forse è giusto che vada a finire così, ogni ciclo ha un inizio e una fine e quando le cose iniziano a girare per il verso sbagliato è meglio voltare pagina e andare avanti. A oggi tutto è ancora in fase embrionale, la società di viale Magna Grecia ha appena detto addio al DS Valoti e deve sciogliere, se non l’ha già fatto, il nodo relativo alla conferma o meno del tecnico Stefano De Angelis.
Nell’attesa che la situazione sia più chiara e si possa così procedere speditamente verso la costruzione del nuovo organico confermando chi c’è da confermare e individuando i nuovi tasselli da inserire nel mosaico di un organico che sia più competitivo possibile, tifosi, società e addetti ai lavori hanno inglobato le esperienze vissute in questa lunghissima stagione con la speranza che si faccia tesoro degli errori per dare linfa alle aspettative di una nuova annata. C’era chi, giustamente, pregustava già il sapore di un 2016/2017 dai contorni magici: vincere a Catanzaro dopo più di mezzo secolo e tornare in serie B dopo 14 anni, da sogno!
Pazienza se gli arbitri della doppia sfida con il Pordenone non si sono dimostrati all’altezza. La vittoria a tutti i costi, senza se e senza ma, annebbia la vista e incancrenisce l’anima di una società già profondamente malata. Impegno, grinta, dedizione e attaccamento alla maglia: sono queste le qualità essenziali che fanno breccia nel cuore di ogni tifoso onesto e prevalgono ampiamente sull’esito finale.
“Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo”. Pier Paolo Pasolini.

Da dove ripartire è facile immaginarlo: chi era tra gli 11141 di Cosenza-Pordenone (tifosi del Pordenone esclusi) sa di cosa stiamo parlando, sa le emozioni vissute in quella serata e si augura di non aspettare ancora tanto per vedere un “S.Vito Marulla” così bello, colorato e gremito. A chi di dovere il compito di mantenere viva questa fiamma di passione rossoblu. Un ultimo appunto: chi non era presente per scelta non sa cosa si è perso, non ha ammirato l’ovazione finale riservata alla squadra subito dopo il triplice fischio finale, non è riuscito a sentirsi orgoglioso anche dopo una sconfitta. Per quanto mi riguarda io avevo un solo pensiero che mi risuonava in testa: “Sono stato eliminato ma ora esco dallo stadio a testa alta, essere cosentino da stasera mi rende ancora più fiero“.
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L’immagine di copertina dell’articolo è di Denise Cavaliere.
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