Avvocato Lombardi, lei con Craxi aveva un’amicizia personale?
Sì, un’amicizia personale nata dopo i fatti del 29 Aprile del 93, la serata delle famose monetine al Raphael. Quando vidi quelle immagini capì che eravamo di fronte a una nuova piazzale Loreto. Dopo due settimane, nacquero i comitati pro Craxi e decisi di aderire perché ero stato sconvolto da quella aggressione, la trovai indegna quella manifestazione, un gigante come lui veniva messo al pubblico ludibrio.
Quando lo incontrò?
Io lo incontrai la prima volta nell’Ottobre del 94, mi recai ad Hammamet e passammo una serata insieme. Davanti a un buon bicchiere di Tamarin e a delle Galoises, ci fu il nostro primo incontro. Gli dissi che per me era stato uno dei più grandi uomini politici italiani del novecento insieme a De Gasperi ed Einaudi, e lui mi diede una risposta che mi lasciò di stucco.
Cosa le disse?
E Mussolini dove lo metti Vittorio? Mi rispose in modo austero. E poi aggiunse: “Ricordati che il Duce è stato un grande uomo politico”. Da lì, ebbi un sussulto. E quando ritornai in Italia cominciai a rivedere la mia posizione sul Fascismo e ad analizzarlo non attraverso la storiografia ufficiale propinata dai signori della sinistra, ma tramite Renzo De Felice, ed ero consapevole che le sue parole avevano un senso e miravano a ricostruire in maniera giusta la storia d’Italia del secolo scorso. Ciò che accomunava Mussolini e Craxi era che entrambi vollero dare a questo paese un ruolo geopolitico importante.

Craxi le parlò di Giacomo Mancini?
Certamente. Mi confessò che si era risentito molto della deposizione che fece a Milano, ma mi disse anche una cosa che mi lasciò molto colpito: “Giacomo è stato scorretto con me, si è comportato male nei miei confronti, però voi calabresi lo dovrete ringraziare sempre per quello che ha fatto per la Calabria”. Al di là dei fatti personali, usciva fuori una grande stima sul piano politico.
Le parlò di Sigonella?
Sì, mi disse che l’Italia in quel momento doveva affermare un ruolo di centralità. Mi parlò di quella fatidica telefonata con Ronald Reagan, tradotta dall’uomo più importante della CIA in Italia Michael Leeden, che voleva strumentalizzarla e la tradusse male apposta, Bettino se ne accorse e chiuse il telefono in faccia a Reagan, che poi lo richiamò con un nuovo traduttore e comprese che non potevano portare via Abu Abbas. Poi avvenne la riconciliazione a Los Angeles a casa dell’ambasciatore presso la Santa Sede Grabb, ma quello fu l’inizio della fine perché si inimicò l’intero establishment americano. Bettino pagò molto questa politica di perseguire gli interessi nazionali, atta a impedire che l’Italia diventasse una loro colonia.
Lei lo ha conosciuto negli ultimi anni della sua vita, le sue condizioni di salute erano molto precarie, come lo vide negli ultimi tempi?
Mi ricordo un episodio in particolare: nell’Agosto del 95 andai a trovarlo a casa sua con il mio amico Carlo Barsotti. Avevamo preso un’insolazione e avemmo dei problemi di salute. Mentre ci lamentavamo vedemmo sua moglie, Anna Moncini, che gli curava amorevolmente questo piede di dimensioni impressionanti e pieno di piaghe. Quel piede deformato non me lo scorderò mai. Noi scherzavamo delle nostre leggere problematiche mentre lui, invece, combatteva con il male perfido del diabete.
Vuole esprimere una considerazione finale su di lui?
Bettino Craxi è stato il più grande leader che l’Italia abbia avuto dal dopoguerra in poi. I fatti recenti oggi lo dimostrano ampiamente. Era un uomo di grande cultura politica, la sua leadership si percepiva a pelle, era anche un socialista sui generis. Di lui conservo il ricordo della nostra bellissima amicizia, ho ancora un suo ritratto autografato che mi fece pervenire nel mio studio insieme alle sue lettere. Lo ricorderò sempre con grande ammirazione.
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