Su un sito dedicato alla fumettologia, è apparso un articolo che comprende otto conversazioni sul fumetto fra Gianni De Luca e la figlia Laura, fedelmente trascritte, oltre ad altrettante registrazioni realizzate fra il 1987 e il 1991
Laura De Luca, figlia del grande fumettista, Gianni, risponde anche ad una mia intervista per “Cosenza post” e con una disponibilità ed una consapevolezza di se, disarmanti, mi racconta suo padre, con la grazia di chi ama non solo l’uomo, ma anche l’artista, ossia colui che é stato tra i massimi autori del fumetto italiano, ma che fu anche sottovalutato in patria.

Felice di rispondere alle mie curiosità su suo padre, Laura mi racconta come il grande fumettista trascorse gli ultimi anni della sua vita, facendo quel che amava fare, disegnando, creando sempre nuove storie, nuove opere, senza però far troppo caso a terminarle tutte. È infatti definito “il genio dell’incompiuto” e con tutte le sue opere – anche quelle mai portate a termine, si potrebbero allestire mostre, per tanto tempo, forse per sempre. le sue mostre, sono state sempre molto apprezzate, come quella prestigiosa di qualche tempo fa, allestita a Bologna, che contemplava però la sua produzione ufficiale.
Laura mi racconta come ci fu una forma di ghettizzazione nell’editoria cattolica, che suo padre subì, perché in quegli anni di massima attività – parliamo degli anni 70/80 – epoca dei messaggi “iper laici”, avversi spesso al mondo cattolico, Gianni De Luca toccò argomenti di grande attualità. Erano gli anni in cui raccontava con il fumetto, le avventure del “commissario Spada”, vedovo, che lavorava nella polizia giudiziaria di Milano, che fu uno dei primi esempi di temi “realistici” nel fumetto italiano.

Laura, romana di nascita, racconta i suoi ritorni in quella Calabria così amata e mai dimenticata da suo padre. Quella terra dove trascorreva le vacanze da bambina e nella quale riscopriva quei colori e quei profumi raccontati anche in quella intervista “figlia/padre” che di seguito ho piacere di raccontare.
In questa intervista – si ricorda anche ne esiste anche un’altra intitolata “disegni invisibili” fatta per il centenario del fumetto – si nota come il discorso ritorni sempre alla sua Calabria, e quando sua figlia gli chiede se ricorda ancora quella terra lasciata quando aveva solo sei anni, lui risponde che “è difficile ricordarsi di un ricordo, perché è come entrare nella memoria di un’altra persona” e lui pensa a se piccolo, proprio come ad un’altra persona. Eppure sorride mentre ricorda i colori della sua terra, come il rosa dell’alba sul mar Ionio. Quel mare che lui vedeva lì, all’orizzonte, come una striscia color cobalto dal terrazzino della sua casa. Ricordava di quegli anni anche il profumo dell’origano, l’odore del sapone, dello strutto e della cenere. Gli odori della terra di Calabria.
Fa – in quella intervista – particolare riferimento “al buio”, il buio di quando sua madre spegneva la luce e che, a suo dire, era sconosciuto a chi era vissuto in grandi città. Parla di quel buio come assoluto, totale, senza forme, senza spiragli, senza chiarori…un buio che De Luca non sapeva descrivere, ma solo “disegnare”, come fece nella sua opera “i bisonti volanti ad Altamira”.
Era anche convinto che “un certo tipo di disegno”, la generazione delle metropoli non lo avrebbe mai saputo capire, comprendere, interpretare. E precisamente quel disegno fatto di essenzialità e di cultura, di povertà e di ricchezza insieme. Ed è per questo che spiega a sua figlia, la fortuna di essere nato in un paesino della Calabria, perché quell’essenzialità lo aveva poi aiutato ad essere perennemente “ispirato”.
E allora a Laura viene spontaneo chiedere a suo padre come mai, avesse lasciato quella terra, visto che era così “preziosa”. E lui risponde che la motivazione era la stessa comune a molti, ossia ma mancanza di lavoro e di opportunità.
Eppure “il sud è uno stato d’animo” – diceva il fumettista, e poi aggiungeva che lo era con tutte le sue miserie e i suoi “ritardi”.
Ed anche suo padre, malgrado avesse chiuso la sua casa al sud per cercare fortuna nella capitale, era rimasto – come anch’egli – sempre un uomo del sud, ma era anche rimasto “al sud”, con il cuore, e la mente. Quella condizione che lui stesso definiva “vedovanza” ossia una separazione che rimane, un distacco che fa sempre male.
Dalla trascrizione di quella intervista, vien fuori una frase molto significativa di De Luca, che sostiene, parlando con sua figlia, che la “meridionalità”, dovrebbe essere inserito tra i dati anagrafici, insieme allo stato civile, perché “appartenere ad una terra del meridione”, fa sempre la differenza, in qualunque parte del mondo sia, quel meridione.

Sua figlia così gli fa notare che al sud c’è la mafia e lui risponde che la mafia è una punizione del Sud, non una sua manifestazione.
E così quella conversazione, partita dai ricordi, si insinua in una riflessione sul suo Sud. E allora lui ribadisce che i suoi ricordi sono legati al buio e ai colori rosa e cobalto, e a quelle donne sempre velate, con il capo coperto di nero, collocate ad ogni vicolo come se dovessero assurgere a “promemoria”e siccome al sud ci sono molte vedove, il sud diventa esso stesso, una vedova.
E quando Laura gli chiede – “papà, ma vedova di cosa?” – lui risponde che è vedova del resto del mondo, come se si trattasse di un abbandono cosmico.
Di quelle vedove, lui aveva realizzato un disegno, fatto a china, nel lontano 1952.
Gianni De Luca, di cui ricordiamo lavori come “il giornalino di Giamburrasca” o “la freccia nera”, sbarcò a Roma, con un bagaglio pieno di immagini e con tante altre cose che forse sono svanite nel tempo…
Eppure i colori di quella sua Calabria mai dimenticata, sono stati il leit motiv, della sua vita e della sua professione.
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