Da vero sorrentiniano ho sempre pensato che avrei conosciuto il maestro in un vicolo di Roma. Sono quelle fantasie che ti danno la consapevolezza di essere reali. Proprio per questa ragione quando lo vidi sbucare da una stradina di Trastevere vicino al Pantheon ebbi chiaramente i sintomi di un’angina pectoris. Alarico Lazzaro, collega, amico e direttore brillante, non mi aveva mai visto così emozionato neanche quando intervenni a ” L’talia dei Conservatori “.
Sorrentino non si voleva fermare, non scherza quando afferma che per lui la realtà è scadente, quella sua aria riservata e sfuggente fa comprendere come in realtà il reale non piaccia davvero al genio partenopeo. Appena mi superò gli gridai che io vivevo per lui.
Sentendo quella frase sono certo che avrà ripensato a quando era ragazzo e inseguiva Capuano cercando di non disunirsi. Tornò subito indietro e in quel frangente fui capace di raccontargli quanto il suo cinema avesse segnato la mia esistenza.
E come ” L’Uomo in più “, quando i Pisapia si osservano, nacque una congiuntura di grande bellezza. Avevo già intervistato Toni Servillo, che mi aveva insegnato che a volte nella vita molte cose sono più vicine di quanto uno possa immaginare.
I miei idoli cinematografici a distanza di un anno avevano lasciato entrambi una breccia nel mio vissuto. Ciò che più amo dell’universo sorrentiniano è che alla fine di tutte queste storie oniriche l’elemento emergente è sempre la speranza. E ” La grazia “, ora presente nelle sale, arriva da un processo segnato dall’amore.
La domanda ricorrente del regista:” Di chi sono i nostri giorni ? ” Sono nostri quando ci liberiamo dalle nostre paure.

Vai al contenuto



