La Compagnia “Lo Specchio” incanta il Piccolo Teatro Unical. La recensione di Ada Giorno: «Un’opera che non racconta la diversità, ma la incarna attraverso la terapia del fare e del dare».
di Ada Giorno
Nel Piccolo Teatro Unical, luogo raccolto e vibrante, dove la distanza tra palco e platea si annulla e il respiro degli attori arriva fino al cuore dello spettatore, Il Rimedio di Talion trova la sua casa naturale. Qui la scena non domina: accoglie. Qui la rappresentazione non sovrasta: accompagna. Qui la fragilità non è un limite, ma un linguaggio.
La Compagnia Lo Specchio porta in scena un’opera che non racconta la diversità: la incarna.
La sofferenza di chi non ha voce, di chi fatica a esprimere il disagio, di chi vive il mondo come un luogo troppo rumoroso, troppo veloce, troppo esigente, non viene esposta come un tema sociale, ma condivisa come un’esperienza umana. È un teatro che non osserva dall’esterno: entra, ascolta, si lascia toccare.
La terapia del fare e la terapia del dare sono il cuore pulsante dello spettacolo.
Non sono tecniche, ma gesti: un braccio che sostiene un altro braccio, un passo che si sincronizza con quello di chi ha paura di inciampare, un contatto che rassicura più di mille parole. È un teatro che cura perché non pretende, non corregge, non giudica. Si limita a esserci. E l’essere presenti, oggi, è già rivoluzionario.
Il lavoro sui cinque sensi diventa un ritorno all’origine.
Toccare, guardare, ascoltare, respirare insieme: azioni semplici, ma decisive per chi vive la realtà con un’intensità amplificata. Lo spettacolo costruisce un ambiente protetto, modulato, rispettoso, dove ogni stimolo è calibrato per non ferire, per non sovraccaricare, per non generare ansia. È un teatro che comprende che il rumore può essere una minaccia, che un suono improvviso può diventare detonatore di crisi, che la sensibilità non è fragilità ma profondità.
Questo messaggio risuona con forza anche nel mondo della scuola.
Una scuola che accoglie davvero è una scuola che sa che il rispetto non è un regolamento, ma un respiro condiviso. È una scuola che comprende che certi rumori non sono fastidi, ma dolori; che certi silenzi non sono chiusure, ma protezioni; che certi comportamenti non sono capricci, ma richieste d’aiuto. Educare al rispetto significa insegnare a modulare la propria presenza per non ferire quella dell’altro. Significa capire che l’inclusione non è un progetto, ma un modo di stare al mondo.
E allora, nel buio del Piccolo Teatro Unical, accade qualcosa che appartiene alla dimensione del rito: la diversità smette di essere un confine e diventa una rivelazione.
Una lente attraverso cui vedere meglio noi stessi.
La catarsi non nasce dal dolore, ma dalla comprensione.
Comprendere l’altro — soprattutto quando è diverso, sensibile, vulnerabile — è un atto che cura chi lo riceve e chi lo compie. Il Segreto di Talion ci ricorda che l’uomo contemporaneo ha smarrito la semplicità dell’amare, dell’ascoltare, dell’includere. Ha perso la capacità di tendere un braccio senza chiedere nulla in cambio.
Questo spettacolo gliela restituisce.
Con delicatezza, con verità, con una bellezza che non si impone ma si offre.
E quando si esce dalla sala, si porta con sé la meraviglia — rara, necessaria — di aver riconosciuto l’altro.
E, attraverso l’altro, di aver ritrovato finalmente anche noi stessi.

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