Profili di illegittimità costituzionale della nuova Legge di Bilancio: “Alle cartelle esattoriali si applica la prescrizione decennale”
Il termine di prescrizione delle cartelle esattoriali relative ad Imu, Tasi, Tari bollo auto, contributi Inps e Inail sarà allungato a dieci anni in luogo dell’ordinaria e vigente prescrizione quinquennale: questo l’allarmante dato che emerge dal contenuto delle ultime bozze della Legge di bilancio che verrà presentata nei prossimi giorni.

Alla pag. 22 della bozza della finanziaria c’è testualmente scritto:
6. «Gli articoli 49 e 50 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, si interpretano nel senso che il diritto alla riscossione dei carichi affidati all’agente della riscossione si prescrive con il decorso di dieci anni, quando riguardo ad essi è stata notificata e non opposta nei termini la cartella di pagamento ovvero uno degli atti di cui agli articoli 29, comma 1, lettera a), e 30, comma 1, del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, e all’articolo 9, comma 3-bis, del decreto legge 2 marzo 2012, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 aprile 2012, n. 44.
7. Per i titoli resi esecutivi dal 1° gennaio 2018 il diritto alla riscossione di cui al comma 6 si prescrive con il decorso del termine stabilito dalla legge per la prescrizione di ciascuno dei relativi diritti di credito. …»
Si tratta di una manovra che, contro ogni previsione, disattende completamente il parere della Suprema Corte di Cassazione che solo un anno fa aveva posto fine all’annosa questione relativa al termine di prescrizione delle cartelle esattoriali, pronunciandosi in senso favorevole al contribuente.
Gli Ermellini, con la sentenza n. 23395/16, avevano statuito che le cartelle, anche se non più contestabili (per decorso del termine di 60 giorni), si configurano come atti amministrativi con conseguente applicabilità della prescrizione tipica del tributo stabilita dalla legge speciale.

Con un’inversione di tendenza del tutto inaspettata e non priva di conseguenze la nuova Legge di bilancio prevede una norma “di interpretazione autentica” dotata di efficacia retroattiva.
In sintesi accadrà questo: i ruoli che decorreranno dal 1° gennaio 2018 saranno soggetti al termine prescrizionale tipico di ciascun tributo (in linea con quanto previsto dalla Cassazione), mentre le pretese creditorie sottese alle cartelle fino al 31 dicembre 2017 si prescriveranno in dieci anni a prescindere dal tipo di importo richiesto.
Appare di tutta evidenza che le premesse su cui si basa la nuova Legge di Bilancio sono tutt’altro che rassicuranti per il contribuente che sarà costretto a subire una “reviviscenza” di pretese di pagamento contenute in cartelle ormai prescritte che, per effetto della retroattività del nuovo diktat normativo, diverranno pienamente esigibili e ciò finanche per i tributi, notoriamente caratterizzati da termini di scadenza ben più brevi. Ma vi è di più.
I contribuenti che, del tutto inconsapevoli di una “mossa” così azzardata da parte del Governo, avevano scelto di non avvalersi della rottamazione delle cartelle sul presupposto che le stesse fossero ormai prescritte e quindi non dovute, non avranno scampo contro la furia del fisco che potrà dare il via a pignoramenti, ipoteche e ogni altra azione avente ad oggetto debiti a tutti gli effetti (almeno fino ad oggi) sepolti ed estinti.
Tra le modifiche auspicate rientra anche il famigerato “bollo auto” per liberarsi del quale i tempi passeranno da tre a dieci anni con la conseguenza che i contribuenti che hanno già ricevuto cartelle per bollo auto, decidendo di impugnarle in attesa del decorso del termine triennale di prescrizione, saranno, invece, imprigionati nel debito per un tempo corrispondente al triplo di quello attuale.
Sono in tanti a chiedersi quali possano essere le motivazioni che hanno indotto il Governo, che in uno Stato “democratico” come l’Italia dovrebbe essere dalla parte del cittadino, ad adottare un emendamento in grado di incidere così significativamente e negativamente sulla tutela dello stesso.
La risposta, probabilmente l’unica plausibile, è la necessità del Governo di “rimpinguare” senza scrupoli le casse, il cui livello è sceso al di sotto della soglia del “tollerabile”. Ma se anche così fosse sorge spontanea una domanda, anzi due: qual è il prezzo da pagare per soddisfare gli interessi economici di Stato e Governo? Possono questi assorbire fino a farlo scomparire ogni baluardo di democrazia in cui ogni onesto cittadino merita di poter credere?

Se infatti venisse meno il corollario di ogni disposizione normativa, ovvero la certezza del diritto, si metterebbe in discussione anche il diritto vivente che si realizza ogni giorno nelle aule di giustizia per il quale, tuttavia, non sembra così grave “disarmare” il contribuente privandolo di ogni garanzia contro un avversario che diverrà quasi inespugnabile.
È innegabile che la bozza della nuova Legge di Bilancio ha incontrato il disappunto e la sorpresa di tutti coloro che si trovano o potrebbero trovarsi “dall’altra parte”, vessati da un sistema per il quale termini come garanzie, diritti, tutela giurisdizionale sembrano aver perso ogni significato e valore, svuotati da ogni connotazione concretamente democratica.
Già perché il termine “democrazia” viene oggi più che mai sbandierato ma quando si tratta di riempirlo di significato è facile perderne le tracce.
A ben vedere chi subisce i devastanti effetti di una tale distorsione è il cittadino, parte debole nella costante e sofferta lotta con l’Agente di Riscossione i cui interessi, alla luce dei duri tempi che si prospettano, sembrano avere una rilevanza tale da essere anteposti ai principi cardine della Costituzione Italiana.
Quest’ultima, infatti, che dovrebbe costituire un “faro” sempre acceso in ogni ambito che vede coinvolto il cittadino e, in particolare, nella regolamentazione dei rapporti con l’amministrazione, appare un baluardo sempre più fioco che neppure il parere della Suprema Corte di Cassazione, ignorato dalla nuova Legge di Bilancio, sembra riuscire a salvaguardare.
Come avrebbe detto il saggio Cicerone “Mala tempora currunt sed peiora parantur” (corrono brutti tempi ma se ne preparano di peggiori): non rimane altro che confidare in un repentino cambio di scenario che, almeno per una volta, consenta di parlare di “democrazia” e “diritto” non come quadri astratti ma come realtà visibili.
Team studio legale Candini – Cortese: Dott. Mauro Candini, Avv. Stefania Cortese, Dott.ssa Mara Tutolo ed Avv. Debora Chironi.
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