Di Anna Maria Ventura
C’è una Calabria nascosta, montana e verticale, silenziosa ma piena di voci, che resiste alla dimenticanza con la forza della bellezza. È quella raccontata nella recente puntata di “Linea Verde Sentieri” andata in onda il 12 luglio 2025 su Rai 1, intitolata “Calabria, la strada verde dei parchi”, un itinerario fisico e simbolico lungo la Ciclovia dei Parchi e il Sentiero Italia CAI, realizzato con la collaborazione della Regione Calabria e della Calabria Film Commission.
La trasmissione ha mostrato un volto inedito e struggente della regione, partendo da Laino Castello, ai margini settentrionali del Parco Nazionale del Pollino, dove i ruderi dell’antico borgo medievale, distrutto dal terremoto, convivono con la rinascita del nuovo abitato, sospesi tra il silenzio delle pietre e la forza vitale dei nuovi progetti di valorizzazione.

Da lì si è snodato un cammino tra natura inviolata e memorie stratificate, toccando luoghi che sembrano usciti da una narrazione epica del Mezzogiorno, dove l’uomo e il paesaggio si parlano da secoli. Morano Calabro, con le sue case che si arrampicano verso la fortezza normanna, sembra un quadro verticale, ordinato come un presepe, testimonianza intatta di urbanistica medievale e cultura religiosa.
Poi Saracena, scrigno di civiltà islamica e mediterranea, che unisce in sé il fascino del labirinto arabo, la dolcezza del Moscato locale e la vitalità dei giovani che, tra artigianato, agricoltura e accoglienza, stanno costruendo un’alternativa concreta allo spopolamento. Acquaformosa, cuore arbëreshë dell’entroterra cosentino, è un esempio unico di resistenza culturale e umanitaria: qui la lingua albanese convive con l’ospitalità diffusa verso migranti e nuovi abitanti, in un piccolo centro che ha trasformato la fragilità demografica in laboratorio di coesistenza.
A Policastrello, raggiunto a piedi attraverso il Sentiero Italia, il tempo assume un ritmo diverso: i boschi profondi, le alture solitarie e le case di pietra parlano di un’Italia minore che è in realtà custode di una profondità autentica, di un’identità non folclorica ma vissuta. Il cammino si è concluso a San Donato di Ninea, borgo di origini medievali adagiato sulle pendici boscose del monte Mula, tra le selve dell’Orsomarso e i silenzi del Parco del Pollino.
Qui, tra vicoli in pietra, archi longobardi, palazzi aragonesi e terrazze naturali che si affacciano sull’immensità del paesaggio, si percepisce l’essenza profonda di un luogo che non è semplice custodia del passato, ma presenza viva e consapevole. San Donato è un crocevia di storia e natura: un esempio di come il paesaggio, con i suoi castagneti secolari e le faggete d’alta quota, non sia solo sfondo, ma parte integrante dell’identità collettiva. In tutta questa Calabria interna, il paesaggio va inteso come infrastruttura culturale: non elemento decorativo, ma forma viva di sapere, memoria e lavoro stratificato. Ogni sentiero, ogni campo terrazzato, ogni antico muro a secco racconta una storia fatta di fatica, spiritualità e sapienza contadina.
Per questo valorizzare questi territori non è solo un’azione turistica, ma un atto politico di giustizia territoriale e di rigenerazione culturale.
La sopravvivenza dei territori interni dipende prima di tutto dall’accesso garantito a sanità, scuola e mobilità. Una sanità territoriale diffusa, con presidi medici e servizi domiciliari è fondamentale per una popolazione che invecchia e vive lontano dai grandi ospedali. Scuole di qualità, radicate nel tessuto culturale locale, sono strumenti non solo formativi ma identitari, capaci di evitare l’esodo precoce delle giovani generazioni. La mobilità deve farsi leggera, sostenibile e capillare: esempi virtuosi come la Ciclovia dei Parchi mostrano che si può ripensare l’accessibilità senza devastare il territorio.
I parchi e le aree protette non sono riserve di bellezza da contemplare, ma spazi dinamici in cui il turismo escursionistico, l’agricoltura rigenerativa e l’educazione ambientale possono generare economia e consapevolezza. La Calabria è ricchissima di habitat ancora intatti: valorizzarli significa tutelare la biodiversità, contrastare l’erosione e creare nuove forme di economia verde, capaci di intrecciare l’ecologia alla cultura.
Le aree interne custodiscono un patrimonio produttivo unico fatto di prodotti tipici, pratiche enogastronomiche millenarie, artigianato identitario e, oggi, sperimentazioni sulle energie rinnovabili e l’autonomia energetica. Le microeconomie sono fragili, ma proprio per questo vitali: sostenerle con reti cooperative, canali di vendita diretta, formazione imprenditoriale e agevolazioni fiscali vuol dire salvaguardare l’autosufficienza e la dignità produttiva di questi territori.
Il recupero architettonico non basta: occorre riportare nei borghi funzioni, relazioni e futuro. Residenze artistiche, coworking diffusi, progetti di accoglienza per nuovi abitanti e incentivi al ritorno dei giovani possono dare nuova linfa. Non si tratta di musealizzare i luoghi, ma di renderli nuovamente abitabili, aperti e creativi, capaci di ospitare economie leggere, vita culturale e forme inedite di socialità.
Ogni politica sulle aree interne deve nascere dal basso, tenendo conto della storia, della cultura e dei bisogni concreti dei luoghi. Imporre soluzioni standardizzate da centri decisionali lontani significa perpetuare un modello fallimentare. Occorre invece affidare strumenti, poteri e fiducia ai territori stessi, rafforzando le comunità locali nella loro capacità di progettare il proprio futuro.
Questa Calabria verde e interiore, raccontata con sobrietà e rispetto dalla trasmissione, è quanto mai necessaria in un momento storico in cui il Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne 2021–2027 propone, con freddo linguaggio tecnico, l’“accompagnamento dignitoso al declino” di centinaia di comuni definiti ormai irrecuperabili. La denuncia è arrivata chiara da voci autorevoli come quella del consigliere regionale Antonio Lo Schiavo, che ha parlato di “sentenza di morte mascherata da strategia”, e dell’antropologo Vito Teti, per il quale si tratta di una vera e propria eutanasia istituzionalizzata dei borghi del Sud. Ma la Calabria vista e vissuta da chi la percorre lentamente, come i camminatori e i ciclisti di un viaggio, dice il contrario. Dice che la marginalità non è vuoto ma soglia; che la distanza può diventare risorsa; che la storia, se abitata con intelligenza e cura, è futuro possibile.
La Calabria, e “Linea Verde Sentieri” che l’ha attraversata, anche se in una parte minima, l’ha raccontata, non è una cartolina malinconica, ma un invito concreto a riscoprire un’Italia interna che può ancora essere cuore pulsante di identità, cultura e civiltà. Non terre da accompagnare alla fine, ma orizzonti da coltivare con rispetto, lungimiranza e passione civile.
Vai al contenuto







