Di Carlo Rinaldo – saggista, premio letterario nazionale.
“Paese mio che stai sulla collina, disteso come un vecchio addormentato…”. Un altro ritornello echeggiante nelle campagne elettorali è quello delle “ricette” per risvegliare i centri storici.
Questo come, purtroppo, altre questioni fondamentali “rivive” per i soli 30 giorni in cui si chiede il voto in questa sorta di “tempo sospeso” dove tutti possono dire e promettere tutto, a prescindere anche dai demeriti passati o dalle poche affidabilità, coerenza e preparazione. E dove anche alcuni cittadini dimenticano o fanno finta che determinati fallimenti non ci siano stati se continuano a scegliere costoro considerando dunque altri fattori.

Dal secondo dopoguerra ebbe inizio una prima accelerazione dei cambiamenti sociali, sospinti da progresso industriale, immigrazione interna nazionale, abbandono delle campagne e inurbamento fuori dai centri storici. Le politiche urbanistiche e insediative hanno sistematicamente portato a trasferire fuori molti elementi attrattori presenti in centro storico drenando con ritmo crescente all’esterno di essi le parti migliori della città a livello di attività e ceti sociali: le attività artigianali hanno praticamente chiuso del tutto senza un loro ricambio generazionale, in alcuni casi convertite in negozi e attività commerciali; le attività commerciali si erano storicamente consolidate come negozi di vicinato, assai diversificate per merceologia, e ciascuna di esse dava sostentamento a interi nuclei familiari; piccoli supermercati inventati negli anni ’60 sono stati collocati fuori dal centro e ingranditi a dismisura in centri commerciali; gli istituti scolastici sono stati trasferiti; mobilità: l’uso perverso dell’automobile, sommato a carenze di infrastrutture pubbliche e parcheggio ha reso sempre meno appetibile vivere nei centri storici, coniando le Z.T.L. come forme di compromesso tra abitanti e fruitori esterni; tecnologia: attività di commercio online e internet, in grado di smaterializzare relazioni e contatti.
Ma i centri storici dei paesi dove si era mantenuto il Municipio, cuore dell’Amministrazione comunale con i servizi annessi, avevano continuato a vivere dignitosamente mantenendo servizi primari quali Farmacia, Posta, Banca, Bar, alcune botteghe, tabacchini. Nei paesi dove è stato delocalizzato anche il Municipio, facendo un giro per le sue antiche stradelle, non si vede quasi nessuno e sempre più raramente forze dell’ordine che possano evitare i furti nelle proprietà private chiuse né tantomeno nei palazzi signorili alcuni magari di proprietà comunale.
Servono progetti seri per rianimare i centri storici ma bisogna mantenere le promesse delle campagne elettorali e soprattutto non credere a chi ha già amministrato contribuendo con le sue scelte a fare “addormentare” il centro storico né a chi sostiene costoro magari essendo stato contrario o a favore a “stagioni alterne” né a coloro che non possono avere le capacità necessarie.
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