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Contro il clan Mancuso, un nuovo pentito che racconta fatti e misfatti ai giudici dell’Antimafia

Si chiama Arcangelo Furfaro, anni 46, il nuovo pentito, che sta facendo tremare il clan Mancuso, raccontando ai giudici della DDA di Catanzaro, tutto quello che sa sulla cosca di Librandi

I vertici della cosca Mancuso, tremano sotto i colpi dei racconti di un nuovo pentito che agli inquirenti sta raccontando scenari inediti riguardanti il clan di Librandi,compresi i dettagli di uno degli omicidi più eclatanti commessi negli ultimi 5 anni proprio nel vibonese, ossia quello di Domenico Campisi, il broker della cocaina, legato a doppio filo proprio con i Mancuso, ma poi ucciso il 17 giugno del 2011 in un agguato.

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Contro il clan Mancuso, un nuovo pentito che racconta fatti e misfatti ai giudici dell’Antimafia

A darne notizia in esclusiva il quotidiano zoom24.it, che ha pubblicato dettagli importanti della conversazione tra il pentito ed i magistrati. E così adesso tocca proprio ai magistrati dell’Antimafia, verificare quanto Furfaro sta dichiarando per avviare eventualmente una collaborazione. Arcangelo Furfaro ha collaborato con il potente clan Molè, racconta ai Pm della DDA di Catanzaro di aver conosciuto a Roma, tra la fine del 2012 e l’inizio del 2011 Domenic Signoretta, 30enne, mandato recentemente a giudizio, con l’accusa di essere l’armiere del’articolazione del clan che fa capo A Pantaleone Mancuso, 54 anni, boss estradato dall’Argentina, dove è stato catturato lo scorso anno, dopo essere stato latitante.

Furfaro fa mettere a verbale al Pm Falvo, che “Signoretta, abitava a Roma a Tor Vergata e trafficava, in sostanze stupefacenti”. “Come del resto facevo pure io” – ha continuato.

Fra Furfaro e Signoretta nasce così un’amicizia e i due iniziano a dividere a Roma la stessa casa. “A Tor Vergata abbiamo coabitato – spiega Furfaro – per 6-7 mesi, poi ci siamo trasferiti in altra casa sino a fine estate 2012. All’epoca io già portavo hashish da Sanremo nella Capitale, mentre Domenic Signoretta trafficava a Roma cocaina. Domenic si chiama così perché la madre è tedesca e lui stesso parla molto bene il tedesco. In casa nel periodo di coabitazione eravamo sempre armati. La nostra casa a Roma era frequentata da Peppe Mancuso, figlio di Pantaleone Mancuso, detto l’ingegnere che abita a Nicotera vicino al campo sportivo”.

Il pentito Arcangelo Furfaro spiega quindi nel dettaglio al pm Camillo Falvo gli incontri “romani” con Peppe Mancuso -di recente assolto insieme al padre Pantaleone nel processo per il tentato omicidio ai danni della zia Romana Mancuso e del cugino Giovanni Rizzo, fatto di sangue avvenuto a Nicotera nel 2008 – che si sarebbe recato “a Napoli per prendere soldi falsi, 180 mila euro, ed una pistola a tamburo”. In cambio avrebbe ricevuto dallo stesso Furfaro e da Signoretta “cinquanta chili di marijuana che non ci ha nemmeno pagata tutta”.

“Domenic Signoretta – racconta il pentito – era in ogni caso la persona di maggiore fiducia di Luni Mancuso l’ “Ingegnere”.

E’ a questo punto che Arcangelo Furfaro, primo collaboratore di giustizia a parlare dell’omicidio “eccellente” di Domenico Campisi, indica al magistrato quelli che – in base alle sue conoscenze – sarebbero gli esecutori materiali del delitto. “Domenic Signoretta con Peppe Mancuso, figlio di Luni Mancuso l’Ingegnere, hanno commesso l’omicidio di Campisi Domenico, detto Mimmo”.

Arcangelo Furfaro rimarca quindi che “Domenic è un killer di Luni Mancuso l’Ingegnere, e non faceva nulla senza il suo ordine o assenso, spiegandomi che aveva fatto altri sette omicidi.

“Prima dell’agguato a Campisi, Domenic Signoretta – sottolinea il collaboratore – ricevette a Roma una telefonata da giù, anzi un messaggio, a seguito del quale mi disse che doveva urgentemente tornare in Calabria. Era un telefono che usavano solo con Peppe Mancuso figlio dell’Ingegnere, per cui erano loro, i Mancuso, quelli che lo avevano chiamato per scendere”.

Risalito a Roma, Domenic Signoretta avrebbe confessato ad Arcangelo Furfaro di aver ucciso Campisi insieme a Peppe Mancuso, figlio di Pantaleone Mancuso, l’Ingegnere.

“Domenic mi disse – ha detto il pentito –  nci jettai du botti”, nel senso che aveva freddato Campisi.

“Domenic mi disse pure – ha continuato –  che dopo aver fatto l’omicidio, prima di salire a Roma, era stato ospite in un villaggio a Capo Vaticano in attesa che le acque si calmassero perché giù c’era un macello”.

Ma qual’era il movente? Perché Pantaleone Mancuso, alias “l’Ingegnere”, ed il figlio (che allo stato comunque non sono stati raggiunti da alcun provvedimento per tale fatto di sangue) avrebbero avuto interesse ad eliminare Domenico Campisi che – come emerso dall’attività investigativa degli inquirenti di Bologna nell’ambito dell’inchiesta “Due Torri connection” – un mese prima di morire aveva finanziato con due bonifici bancari l’importazione di 75 chili di cocaina dalla Colombia al porto di Gioia Tauro ed era inserito “con un ruolo di primissimo piano nell’organizzazione diretta da Francesco Ventrici” di San Calogero quest’ultimo a sua volta legatissimo a Vincenzo Barbieri, l’altro broker della cocaina ucciso a San Calogero nel marzo 2011?

Anche su questo il pentito Furfaro offre alla Dda la propria spiegazione. Concordando anche con le dichiarazioni del pentito Raffaele Moscato e con le intercettazioni in cui il boss Pantaleone Mancuso, alias “Vetrinetta” (di recente morto in carcere) spiega alla sorella Romana di come “i lordazzi si sono uniti”, Furfaro premette che “nel 2011 i cugini omonimi Pantaleone Mancuso l’Ingegnere e Pantaloene Mancuso, alias Scarpuni, avevano fatto pace e si erano alleati”.

Particolare importante, quest’ultimo dato, considerato che quando Domenico Campisi venne ucciso, alla guida dell’auto si trovava l’allora 25enne Benedetto Buccafusca, congiunto di Santa Buccafusca, la moglie di Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”, poi suicidatasi ingerendo acido muriatico. In occasione dell’omicidio di Domenico Campisi, secondo la ricostruzione dell’agguato fatta dai carabinieri accorsi sul luogo del delitto, i killer volutamente risparmiarono Benedetto Buccafusca, scaricando invece la pioggia di fuoco contro Campisi.

Secondo Furfaro, alla base dell’omicidio di Domenico Campisi ci sarebbe stata la consegna nel primo semestre 2011 ad un esponente del clan Molè di alcuni chili di cocaina non purissima, “una porcheria” che lo stesso Furfaro avrebbe rivenduto a Roma ad altri soggetti che si sarebbero poi lamentati per la cattiva qualità dello stupefacente.

Lo stesso tempo Campisi, a detta del pentito Furfaro, mentre riforniva di cocaina uomini del clan Molè (e fra i Molè e Campisi ci sarebbe stato pure un legame di comparaggio) avrebbe negato al gruppo di Pantaleone Mancuso, alias l’ “Ingegnere”, e a Domenic Signoretta di detenere cocaina.

“A noi diceva sempre che non ne ha” avrebbe detto Campisi a Signoretta e “l’ Ingegnere” secondo il racconto del pentito Furfaro. Campisi, che già portava avanti affari di droga con il gruppo di Francesco Ventrici, avrebbe quindi in sostanza tenuto all’oscuro “l’Ingegnere” dei propri traffici con la cocaina. Da qui la decisione di eliminarlo. Sarebbe stato Signoretta a spiegare a Furfaro di aver raccontato al boss Pantaleone Mancuso (l’ “Ingenegne”) degli affari nascosti di Campisi, con lo stesso Signoretta che avrebbe anticipato al futuro collaboratore di giustizia che “da lì a qualche giorno Domenico Campisi sarebbe stato ucciso”. Cosa poi realmente avvenuta.

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