A Torre Camigliati la presentazione di “Corazzo cistercense. Storia, spiritualità, socialità”, il volume di Demetrio Guzzardi che restituisce alla memoria calabrese la lunga vicenda dell’abbazia
Di Anna Maria Ventura
L’abbazia di Corazzo è un luogo che appartiene alla storia, ma continua a interrogare il presente.
Le sue rovine, nella valle del Corace, raccontano una presenza cistercense durata oltre sei secoli, ma raccontano anche la difficoltà contemporanea di custodire e trasmettere una memoria che rischia di perdersi tra abbandono, leggende e ricostruzioni spesso approssimative.
È da questa consapevolezza che prende le mosse “Corazzo cistercense. Storia, spiritualità, socialità”, il volume curato da Demetrio Guzzardi e pubblicato da Editoriale Progetto 2000. Un libro che viene presentato oggi, 18 agosto 2026, alle ore 17, a Torre Camigliati, a Camigliatello Silano, nell’ambito della XXV edizione degli Incontri di agosto al Parco Old Calabria.
L’appuntamento, introdotto dai saluti della padrona di casa Mirella Stampo Barracco, vedrà la partecipazione di Emanuela Talarico, già sindaco di Carlopoli e autrice della nota introduttiva al volume, mentre l’Editore e curatore del volume, Guzzardi, accompagnerà il pubblico in una conversazione con immagini. Le conclusioni saranno affidate a Riccardo Succurro, Presidente del Centro internazionale di Studi Gioachimiti. In esposizione sarà inoltre la scultura in cartapesta di Aurelio Morrone “Il giocoliere Gioachimita”.
La presentazione offre dunque l’occasione per soffermarsi su un volume che, più che limitarsi a ricostruire la storia di un’antica abbazia, propone un modo diverso di guardare al patrimonio storico e culturale calabrese.
La prima scelta di Guzzardi è già indicativa del metodo seguito nel libro: per raccontare Corazzo bisogna partire da lontano.
Il volume prende le mosse da San Benedetto e dalla tradizione benedettina, dalla Regola e dal rapporto fra preghiera e lavoro. È la premessa necessaria per comprendere la natura della presenza monastica e, successivamente, la specificità della riforma cistercense.
Il lettore viene così accompagnato dalla nascita del monachesimo occidentale alla sua evoluzione, fino all’esperienza di Cîteaux e alla figura di San Bernardo.
È una scelta efficace perché consente di evitare una rappresentazione di Corazzo come episodio isolato. L’abbazia calabrese viene invece collocata dentro una grande vicenda europea.
Quando i cistercensi arrivano in Calabria, prima alla Sambucina di Luzzi nel 1145 e successivamente a Corazzo, a partire dal 1157, portano con sé un modello spirituale e organizzativo già inserito in una rete internazionale.
Corazzo diventa così, pur nella sua collocazione periferica, parte di una storia più ampia.
È forse questo uno degli aspetti più interessanti del libro.
La parola “socialità”, inserita nel titolo insieme a “storia” e “spiritualità”, non è ornamentale. Guzzardi mostra come la vita dell’abbazia non possa essere separata dalla trasformazione del territorio.
La scelta cistercense di insediarsi in luoghi appartati non significa infatti estraneità al mondo. Al contrario, attraverso il lavoro dei monaci e dei conversi, il territorio viene progressivamente organizzato: agricoltura, allevamento, gestione delle acque, mulini, fornaci, grange diventano elementi di una vera economia monastica.
Il libro dedica attenzione proprio a questo sistema, ricordando le diverse grange legate a Corazzo.
È una prospettiva importante perché consente di superare l’immagine romantica del monastero come luogo esclusivamente spirituale. La spiritualità cistercense produce anche una concreta organizzazione della vita e dello spazio.
Il fiume Corace, al quale è legato il nome stesso dell’abbazia, diventa in questo racconto qualcosa di più di un elemento geografico: è acqua da utilizzare, da governare, da distribuire; è una risorsa attorno alla quale si organizza una parte significativa della vita economica.
Le pietre che oggi osserviamo come testimonianza archeologica sono dunque il risultato di un sistema umano molto complesso.
Naturalmente, una storia di Corazzo non può non incontrare Gioacchino da Fiore.
Ma uno dei meriti del volume è proprio quello di non ridurre Corazzo a “il monastero di Gioacchino”.
Il futuro abate e pensatore calabrese arriva a Corazzo dopo la formazione alla Sambucina; qui emette i voti, viene ordinato sacerdote e, nel 1177, viene eletto abate. Sono gli anni decisivi della sua maturazione spirituale e intellettuale.
Il libro dedica ampio spazio alla figura di Gioacchino, alle sue opere e alla sua concezione della storia, ma restituisce anche il contesto umano nel quale quella esperienza prende forma.
Particolarmente significativa è la presenza nel volume della biografia di Gioacchino scritta da Luca Campano, che fu suo collaboratore e amanuense e divenne successivamente arcivescovo di Cosenza.
Attraverso questa testimonianza emerge un Gioacchino meno astratto di quello che talvolta consegna la tradizione: un uomo di preghiera e di studio, ma anche attento ai poveri, agli ammalati e alla vita concreta della comunità.
Nel 1189 Gioacchino lascia Corazzo insieme a Raniero da Ponza. Da quella separazione prenderà forma l’esperienza florense.
Corazzo, dunque è uno degli ambienti nei quali il pensiero dell’abate prende forma.
Il volume compie poi un salto di alcuni secoli e incontra un’altra grande figura della cultura calabrese: Bernardino Telesio.
È uno degli accostamenti più originali del libro.
Telesio è legato alla Commenda di Corazzo nel XVI secolo e la sua presenza consente a Guzzardi di mostrare un’altra dimensione dell’abbazia: quella del luogo di studio e di osservazione.
La natura di Corazzo, il paesaggio, l’acqua, gli arcobaleni, la biblioteca e la tranquillità del luogo entrano così nel racconto del rapporto fra il filosofo e l’abbazia.
Si può riconoscere un contesto nel quale la riflessione sulla natura trova un ambiente particolarmente significativo.
È un passaggio che amplia notevolmente l’orizzonte del libro: dal monachesimo medievale alla nascita della modernità filosofica.
Il libro non indulge però nella celebrazione.
Dopo la grande stagione medievale arriva il declino. La Commenda, il progressivo indebolimento della vita monastica, le difficoltà economiche e i rapporti sempre più problematici con il territorio segnano una fase nuova.
Poi arrivano i terremoti.
Il sisma del 1638 provoca gravi danni all’abbazia. La ricostruzione restituisce per un periodo nuova vita al complesso, ma il terremoto del 1783 e gli eventi sismici successivi producono distruzioni ancora più gravi.
Alla fine del Settecento il mondo che aveva dato vita a Corazzo è ormai vicino alla conclusione.
La soppressione napoleonica del 1807 determina la partenza definitiva dei cistercensi dopo circa 630 anni di presenza.
Da quel momento comincia un’altra storia: quella della dispersione.
Pietre, opere d’arte, libri e documenti vengono progressivamente sottratti all’unità del complesso. Una parte delle testimonianze artistiche di Corazzo sopravvive nelle chiese dei centri vicini.
È una delle immagini più significative che il libro lascia al lettore: l’abbazia scompare come organismo unitario, ma la sua memoria si dissemina nel territorio.
Particolarmente attuale è la sezione nella quale Guzzardi affronta le numerose leggende nate intorno a Corazzo.
Tunnel sotterranei, Templari, reliquie, fantasmi, miracoli: la fantasia popolare ha costruito nel tempo un patrimonio narrativo che si è sovrapposto alla documentazione storica.
Il libro raccoglie, racconta e, dove possibile, verifica la consistenza delle numerose leggende.
È una distinzione necessaria.
In un tempo nel quale la ripetizione sui social può trasformare rapidamente una leggenda in una presunta verità storica, insegnare a distinguere la memoria popolare dalla documentazione significa fare cultura.
Anche per questo il volume possiede una funzione che va oltre la semplice divulgazione.
La parte conclusiva porta il lettore fino al presente e introduce la questione forse più difficile: che cosa fare oggi di Corazzo?
Il libro ricorda le iniziative di studio e valorizzazione, il crescente interesse verso l’abbazia, il risultato ottenuto nel censimento dei Luoghi del Cuore del FAI nel 2014 e le successive iniziative culturali.
Ma affronta anche il dibattito sul recupero e sul progetto di intervento sui ruderi.
Qui emerge una domanda che riguarda non soltanto Corazzo, ma molti luoghi storici italiani: conservare significa necessariamente ricostruire?
La rovina deve essere riportata a una forma perduta oppure può essere conservata nella sua incompiutezza, rendendola leggibile e accessibile?
Il volume presenta le diverse posizioni e lascia al lettore una questione aperta.
È una scelta condivisibile: davanti a un patrimonio così stratificato, la conservazione non può essere soltanto una questione tecnica. È anche una scelta culturale.
Uno degli elementi più belli del volume è che, alla fine, Guzzardi invita il lettore a uscire dal libro.
La sezione “Seguendo i passi dell’abate Gioacchino” propone infatti un percorso a piedi da Corazzo a San Giovanni in Fiore e un itinerario automobilistico attraverso i principali luoghi gioachimiti.
È come se il libro dicesse al lettore: adesso che hai conosciuto questa storia, vai a vedere i luoghi nei quali è accaduta.
La cultura del territorio, in questa prospettiva è esperienza, viaggio, incontro con il paesaggio.
Ed è probabilmente questo il modo più efficace per impedire che Corazzo rimanga soltanto una bella storia raccontata in un libro.
Un libro necessario
“Corazzo cistercense. Storia, spiritualità, socialità” è un libro di divulgazione culturale, costruito per rendere accessibile una vicenda complessa attraverso testi, fotografie, cronologie, documenti, biografie, citazioni e itinerari.
Il suo merito maggiore è però un altro: restituire complessità a un luogo che rischia di essere ricordato attraverso una sola figura o attraverso poche immagini stereotipate.
Corazzo, spesso identificata soltanto con Gioacchino,
è San Benedetto e San Bernardo, è la grande rete europea dei cistercensi, è il lavoro dei monaci e dei conversi, sono le grange e i mulini, è il paesaggio del Corace, è la cultura custodita negli scriptoria, è Telesio, sono i terremoti e la distruzione, è la dispersione del patrimonio, sono le leggende, è la memoria dei paesi vicini.
E oggi è anche una domanda rivolta alle generazioni presenti.
Che cosa vogliamo fare di ciò che abbiamo ricevuto?
È forse questa la domanda che rende particolarmente significativa la presentazione di oggi a Torre Camigliati.
Gli Incontri di agosto portano infatti nel cuore della Sila un libro dedicato a un altro luogo della Calabria interna. Due paesaggi diversi ma accomunati dalla necessità di raccontare e custodire una storia che non appartiene soltanto agli studiosi, ma alle comunità.
Il libro di Guzzardi compie così un’operazione preziosa: trasforma la conoscenza di Corazzo in un invito alla responsabilità verso Corazzo.
Perché una rovina
può essere il punto dal quale una storia ricomincia.
E forse è proprio per questo che, dopo secoli, il silenzio di Corazzo continua a parlare.

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