Il pareggio a reti bianche in quel di Rende, di là dalla perenne tensione fra garantisti e giustizialisti, ci ha consegnato un Cosenza bello o brutto, dir si voglia, a metà. Ogni medaglia ha il suo rovescio: accorta la fase difensiva, infruttuosa quella offensiva. Se l’asse Dermaku – Palmiero inizia a funzionare a dovere, appena si arriva nei pressi dell’altrui area di rigore ci si perde clamorosamente.
“Un signamu mancu pi amure i Sambranciscu”. Delle possibili cause dell’anemia in zona gol se ne parla da mesi. Siamo praticamente agli sgoccioli del girone di andata ed è veramente difficile trovare delle argomentazioni che non risultino ridondanti. Quale che sia l’angolo prospettico dal quale si osserva il fenomeno Cosenza, si rischia seriamente di cadere nella ripetitività di opinioni e di concetti già ampiamente dibattuti e che, a questo punto della storia, portano solo confusione. La classica questione del considerare, a seconda del proprio stato psicologico, il bicchiere mezzo pieno o, al contrario, mezzo vuoto.

Ad esempio, cosa pensare della prestazione dei lupi nella stracittadina cosentina? La si deve analizzare alla luce dello “spirto guerrier” messo finalmente in campo dai giocatori (probabilmente con la complicità del “Lorenzon” la cui struttura british, anche se “unn’è sicuramente l'”Old Trafford”, invoglia la squadra a dar quel qualcosa in più grazie alla estrema vicinanza della tifoseria al terreno di gioco), oppure in considerazione della scarsa chiarezza di idee in fase offensiva/realizzativa? Nel primo caso, ne deriverebbe un’opinione del tutto positiva della prova offerta dal Cosenza in condizioni climatiche ed ambientali difficili per i protagonisti in campo.
Questa considerazione ha giustificato gli applausi di una parte della tifoseria al termine del match. Nella seconda ipotesi, si riaprirebbero le discussioni infinite, che tengono banco nella quotidianità reale e virtuale, in ordine alla incompletezza dell’attuale rosa, evidentemente carente di talune figure fondamentali dotate della fatidica “personalità” e della qualità necessaria per far male alle difese avversarie. Sulla scia dello stato di desolante frustrazione derivante da questa opinione, l’altra parte della tifoseria ha riservato alla squadra dei sonori fischi.
Come a dire che la grinta sia “atto dovuto” da parte dei calciatori che indossano la maglia rossoblù. Un qualcosa rientrante nella normale diligenza che deve essere osservata nell’esecuzione della prestazione lavorativa. Insomma, nulla di trascendentale e straordinario ma solo “dovere”. Tuttavia, la linea di confine tra un giudizio negativo ed uno positivo della partita sta nell’esito dell’occasione capitata sulla testa di Mendicino all’ultimo minuto. Se il numero nove rossoblù avesse segnato, si sarebbe parlato di vittoria meritata a seguito di una prestazione grintosa e bramosa di punti pesanti. Di conseguenza, quei fischi dell’immediato post gara sarebbero stati applausi scroscianti.

Purtroppo, Mendicino “u gol s’ha fumatu” e noi ci troviamo ancora paralizzati in questo limbo che divide l’oggi dal domani (“u mercato i iennaru”). Ebbene, il momento attuale del Cosenza è come un enjambement, ossia quella figura retorica della sintassi, usata soprattutto nella poetica, con la quale si interrompe una certa frase per continuarla nel verso successivo. È una pausa ritmica che consente di spezzare un pensiero a fine verso per concluderlo al verso successivo. Ecco, adesso siamo tutti fermi alla fine del verso in attesa di riprendere il discorso nel nuovo anno. Più di quello mostrato fino ad ora il Cosenza non può fare. Tuttavia, da qui al mercato di gennaio ci sono ancora quattro partite e quindi ben dodici punti in palio. È tanta roba e Braglia lo sa.
Adesso occorrono ottimismo e serenità. “Su mise i dicembre mintimuni l’anima in pace, mmuccamuni nu cuddruriaddru e iamu aru campu a tifà pi u Cusenza nuastru“.
Federico Perri, libero pensatore.
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