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Dal balcone della Vecchia Cosenza a Sangineto: la memoria, la famiglia e il tempo nel libro di Angelo Lombardi

Il 19 agosto, al Parco Tre Pini di Sangineto, la presentazione di “Uno sguardo dal balcone”, autobiografia familiare di Angelo Lombardi. Un racconto che attraversa quattro generazioni e restituisce, insieme alla storia di una famiglia, la memoria di Cosenza e di un’intera stagione della società calabrese.

Di Anna Maria Ventura

Ci sono libri che nascono dalla necessità di raccontare una storia e altri che sembrano nascere, più profondamente, dal bisogno di non lasciare che le storie scompaiano.

“Uno sguardo dal balcone” di Angelo Lombardi appartiene a questa seconda categoria.

Il 19 agosto il libro approderà al Parco Tre Pini di Sangineto, nella splendida cornice della Riviera dei Cedri, per un incontro nel quale l’autore dialogherà con la scrivente. Alcuni brani del libro saranno inoltre affidati alle voci di interpreti, per restituire alle pagine la dimensione teatrale che appartiene profondamente alla sensibilità dell’autore.

È significativo che questo libro, nato nella memoria della Vecchia Cosenza, arrivi proprio in un altro luogo della Calabria.

Perché “Uno sguardo dal balcone” è un viaggio.

Un viaggio nel tempo, nella famiglia, nella città e, soprattutto, dentro la memoria.

Angelo Lombardi nasce a Cosenza nel 1945. La sua vita si colloca dunque all’interno di un lungo arco storico: dalla ricostruzione del dopoguerra alle profonde trasformazioni sociali e culturali che hanno attraversato l’Italia nella seconda metà del Novecento, fino al presente.

E l’autore oltre a raccontare la propria esistenza, attraversa quattro generazioni, dai nonni paterni e materni fino alla nipotina, intrecciando continuamente la storia individuale con quella della famiglia e della città.

È una scelta che dà al libro una dimensione più ampia di quella della semplice autobiografia.

Lombardi racconta infatti persone comuni: commercianti, artigiani, impiegati, uomini e donne che, con il loro lavoro e le loro vicende quotidiane, hanno contribuito alla crescita della società cosentina.

La Nota dell’autore lo dichiara con grande chiarezza: il romanzo nasce come omaggio alla famiglia e alle persone ormai scomparse, a coloro che con la loro vita hanno contribuito alla crescita della città di Cosenza.

E qui si trova uno dei nuclei più autentici del libro: la convinzione che la storia non sia fatta soltanto dai grandi personaggi e dagli avvenimenti consegnati ai manuali, ma anche dalle esistenze silenziose di chi ha lavorato, costruito, educato figli, affrontato sacrifici e attraversato momenti difficili.

La famiglia dell’autore diventa così una sorta di lente attraverso la quale osservare un’intera comunità.

La famiglia Lombardi si intreccia con quella degli Andretti, la famiglia della madre, profondamente legata alla vita della città. E nelle origini familiari si incontrano anche territori diversi: il nonno materno dell’autore era originario di Cava dei Tirreni, mentre la nonna era di Celico.

Radici diverse che confluiscono a Cosenza e che, generazione dopo generazione, contribuiscono a costruire una storia comune.

A tenere insieme questo intreccio di persone e di tempi è il balcone.

L’autore stesso lo dice nella sua nota: c’è un balcone che ritrae tutti insieme, ma quel balcone è molto più di un’immagine.

È uno sguardo sul tempo, sulle persone, sulla città che cambia.

È forse questa la chiave più suggestiva per leggere il libro.

Il balcone è un luogo di confine: appartiene alla casa, dunque alla dimensione privata, ma si affaccia sulla strada, sul mondo, sulla città.

Da lì si può osservare senza necessariamente intervenire. Si può vedere il tempo passare.

E Angelo Lombardi fa proprio questo: osserva il passato dalla prospettiva del presente.

Guarda i propri familiari, ricostruisce le loro esistenze, rievoca una Cosenza che non c’è più e, attraverso la scrittura, la fa nuovamente vivere.

Il balcone diventa quindi una sorta di osservatorio della memoria.

Nelle pagine del libro entrano anche i momenti più drammatici della storia italiana.

L’autore ricorda persone che hanno vissuto con lavoro, onestà, sacrificio e coraggio, anche nella lotta antifascista.

È un elemento importante perché impedisce alla memoria familiare di diventare soltanto nostalgia.

Il passato viene attraversato nella sua complessità, dentro le difficoltà, le trasformazioni politiche e sociali, le guerre e i cambiamenti della società.

La storia della famiglia diventa così una piccola storia d’Italia vista dal basso, attraverso le esperienze concrete delle persone.

Ed è proprio questo uno degli aspetti che rende il libro interessante anche oltre la dimensione strettamente autobiografica.

La biografia di Angelo Lombardi aggiunge un ulteriore livello alla narrazione.

Il suo percorso professionale è infatti tutt’altro che lineare e attraversa mondi apparentemente diversi, ma uniti da un comune interesse per la cultura, la comunicazione e lo spettacolo.

Nelle sue esperienze entrano produzioni e contesti legati alla televisione, destinati a diventare parte della memoria collettiva italiana.

Ma fulcro della sua vita lavorativa diventa presto l’Università della Calabria, dove  arriva ad assumere incarichi di responsabilità occupandosi anche di Organizzazione e Cerimoniale Istituzionale.

Il suo rapporto con l’Università  si sviluppa dal 1981 al 2010, anni durante i quali il suo lavoro si intreccia con diverse funzioni all’interno dell’Ateneo.

Particolarmente significativa è l’esperienza maturata per circa vent’anni presso il Centro Radio Televisivo e di Informazione, del quale diviene anche Direttore dal 1998 al 2001.

Successivamente passa all’incarico di Responsabile del Cerimoniale, degli Eventi, dei Convegni e dell’Aula Magna, un ruolo che riunisce proprio quelle competenze di comunicazione, organizzazione, cultura, spettacolo e rapporto con il pubblico che avevano caratterizzato il suo percorso nel mondo della televisione e dello spettacolo, collaborando con la RAI negli anni in cui la televisione italiana muoveva i suoi primi passi.

Chi conosce Angelo Lombardi incontra una persona allegra, ironica, capace della battuta pronta, con quella naturale capacità di stare in relazione con gli altri che ricorda, in qualche modo, l’attore sulla scena.

Ma la scrittura rivela un altro lato.

Dietro l’uomo brillante emerge una persona profondamente riflessiva, colta, legata ai propri valori e alle proprie radici.

È proprio la scrittura che permette di vedere l’uomo oltre il personaggio.

E tra i valori che emergono con maggiore forza c’è quello della famiglia.

L’amore per la moglie Marisa, per le figlie e per la nipotina attraversa il racconto come una presenza costante.

Ma anche la famiglia d’origine continua a vivere nella sua memoria.

Il libro diventa così una forma di restituzione: a chi non c’è più, a chi ha contribuito a costruire la sua storia, ma anche a chi verrà dopo.

Scrivere, per Angelo Lombardi, significa consegnare qualcosa.

Significa dire: queste sono le persone da cui veniamo; queste sono le loro storie; questo è ciò che non vorrei andasse perduto.

Dentro questa grande storia familiare trova posto anche l’uomo privato.

Sono le pagine che mostrano un’esistenza in divenire, fatta di esperienze, scelte, emozioni e incontri.

E nella prospettiva dell’intera autobiografia si può leggere quasi una linea di demarcazione: un prima e un dopo.

Un prima fatto dalla giovinezza, dalle esperienze professionali e sentimentali, dalle occasioni e dalle scelte.

E un dopo nel quale l’incontro con Marisa coincide con la costruzione di un nucleo familiare destinato a diventare il centro della sua vita.

Anche per questo il libro è un racconto nel quale l’autore guarda alla propria esistenza con la consapevolezza di chi ha ormai attraversato molte stagioni della vita.

E arriviamo così al finale, forse uno dei passaggi simbolicamente più forti dell’intero racconto.

Angelo decide di andare a vivere con la propria famiglia nella casa appartenuta a Marisa, dopo averla ristrutturata.

La casa non è dunque quella della famiglia d’origine di Angelo.

Ma si trova nella Vecchia Cosenza.

Ed è proprio questo particolare a rendere il ritorno ancora più interessante.

È una scelta consapevole di abitare nuovamente un pezzo della città dentro la quale la storia familiare si è sviluppata.

Dopo aver trascorso una vita a guardare il cambiamento della città e a ricostruirne la memoria attraverso le persone che l’hanno abitata, Angelo sceglie di tornare a viverci.

La casa di Marisa diventa così anche la casa della famiglia che Angelo ha costruito.

La casa è stata ristrutturata, come è cambiato l’uomo che vi entra con la propria famiglia. La Vecchia Cosenza non è più quella dei racconti dei nonni e dei genitori.

Ma il luogo continua: viene abitato nuovamente.

In questo senso “Uno sguardo dal balcone” si inserisce idealmente nella tradizione della grande autobiografia familiare italiana.

Il primo riferimento che viene spontaneo è Natalia Ginzburg, soprattutto per “Lessico famigliare”.

Non si tratta di sovrapporre due libri molto diversi tra loro, ma di riconoscere una comune idea della memoria: raccontare la propria famiglia significa raccontare anche il mondo che quella famiglia ha attraversato.

Come in Ginzburg, anche qui le persone comuni acquistano valore attraverso il racconto. I loro modi di vivere, il lavoro, le relazioni, le parole e gli episodi quotidiani diventano documenti di un’epoca.

E c’è un’altra affinità importante: il senso che la memoria individuale sia inseparabile dalla memoria collettiva.

Lombardi parte dalla propria famiglia, ma finisce per raccontare Cosenza.

Parte dal balcone, ma lo sguardo arriva molto più lontano.

Lombardi dedica il racconto alla propria famiglia e alle persone ormai scomparse che, attraverso la loro vita, hanno contribuito alla crescita della città.

E allora il libro può essere letto come una forma di gratitudine.

Gratitudine verso chi c’era prima.

Verso chi ha lavorato.

Verso chi ha affrontato sacrifici.

Verso chi ha avuto il coraggio di vivere momenti difficili.

Verso chi ha trasmesso valori.

E, infine, verso chi continua quella storia: le figlie, la nipotina, la famiglia di oggi.

In questo senso la scrittura di Lombardi ha qualcosa di profondamente generazionale.

Raccoglie il testimone e lo consegna.

Ed è qui che il viaggio di “Uno sguardo dal balcone” acquista un significato particolare.

Il libro nasce dalla Vecchia Cosenza, da un balcone che guarda la città e il tempo.

Il 19 agosto arriva a Sangineto, all’ombra dei pini del Parco Tre Pini.

Un’altra parte della Calabria.

Un altro paesaggio.

Un altro luogo di incontro.

Ma la stessa necessità: raccontare, ascoltare, conservare la memoria.

È questa, in fondo, una delle funzioni più belle della cultura nei territori: permettere alle storie di muoversi.

I libri devono viaggiare.

Devono uscire dalle case degli autori e dagli scaffali delle librerie, incontrare le persone, entrare nelle piazze, nei parchi, nei borghi, nei luoghi della vita quotidiana.

Devono creare nuovi incontri.

E un libro che racconta una famiglia e una città può diventare, a sua volta, occasione per raccontare una regione.

Così il balcone di Angelo Lombardi, idealmente, si affaccia ora sulla Riviera dei Cedri.

E quello sguardo che era nato per osservare il tempo, le persone e la Vecchia Cosenza continua il suo viaggio.

Forse è proprio questo il destino della memoria quando diventa letteratura: non rimanere ferma nel passato, ma continuare a camminare verso nuovi luoghi e nuove persone.

Il 19 agosto, a Sangineto, una storia nata a Cosenza incontrerà un nuovo pubblico.

E sotto i pini del Parco Tre Pini, il racconto di una famiglia diventerà per una sera il racconto di tutti.

Perché, in fondo, ogni memoria veramente condivisa smette di appartenere soltanto a chi l’ha vissuta per diventare patrimonio della collettività.

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