Durante una intervista che Donata Bergamini ha rilasciato al nostro giornale, qualche giorno fa, in occasione dell’inaugurazione della piazza di Cosenza, dedicata a suo fratello, giocatore scomparso 26 anni fa, il nome di Roberta Lanzino è stato “raccontato”, come quello di colei che era amica di Denis
“Erano amici, Denis e Roberta, e quando lei fu uccisa, mio fratello mi chiamò per esprimermi tutto il suo dolore ed il suo stupore, raccontandomi dei pomeriggi trascorsi insieme, in maniera spensierata, così come i ragazzi erano soliti fare”.
Queste le parole che Donata Bergamini, sorella del centrocampista del Cosenza, scomparso in circostanze ancora non chiare, il 18 novembre del 1989, utilizza per raccontare chi era Denis, e che amore nutrisse non solo per la squadra del Cosenza per la quale giocava, ma anche per la città, per i suoi abitanti, per i giovani come lui, che lo avevano sempre accolto come uno di loro.

Denis Bergamini come Roberta Lanzino. Sorridono dalle foto, loro. Due giovani, con in tasca un futuro, ed un destino crudele ad attenderli. Due giovani che non solo sono prematuramente scomparsi, ma che ad oggi, insieme ai propri cari, attendono ancora che si faccia chiarezza sulle loro morti. La verità, quella sconosciuta, che gioca a guardia e ladri con le vite di chi resta e di chi “deve sapere” come siano andati realmente i fatti in quei giorni in cui Roberta e poi anche Denis, hanno perso la vita.
Roberta Lanzino, studentessa universitaria di 19 anni, viene uccisa il 26 luglio 1988, mentre con il suo motorino, percorre la strada di Falconara Albanese, e cerca di raggiungere il mare, in una calda giornata estiva. Qualcuno la segue, la ferma, la violenta, la uccide. Sono passati da allora 27 anni, ed ancora il suo assassino non ha un nome. Nelle aule di tribunali si sono consumati processi, tanti processi. E poi ancora la vicenda si dipana tra arresti, dichiarazioni di pentiti, reperti e prove mal conservate o compromesse, oggetti che spuntano fuori da chissà dove, dopo anni in cui nessuno sapeva che fossero riposti da qualche parte, in attesa di essere analizzati e quelle indagini approssimative, che hanno dato un nome ad un imputato, che poi viene assolto per non aver commesso il fatto.
E per non farci mancare nulla c’è sempre il Dna, che parla, che dovrebbe dire, che dovrebbe svelare il nome di chi ha ucciso, che dovrebbe raccontare il profilo genetico di chi “ha commesso il fatto”, e che da risposte che mettono di nuovo tutto in gioco.
Violenza e omicidio, due reati che potrebbero essere stati commessi in due fasi, con protagonisti della vicenda diversi, mentre le domande sono sempre troppe, e mentre la giustizia va a rilento, forse troppo a rilento. E la verità ancora non si palesa, non viene scovata, non viene consegnata a chi attende da così tanto tempo, a quei genitori, Matilde e Franco, che resistono in maniera garbata e discreta, e con grande dignità al dolore immenso che reclama a gran voce, la verità.
E poi c’è un’altra verità che proprio non vuole saperne di venire fuori, forse perché diversamente dal caso di Roberta Lanzino, c’è ancora chi potrebbe parlare, svelando quei particolari che probabilmente, sono ancora nascosti sotto strati e strati di paura ed omertà. E’ il caso di Denis Bergamini, morto a Roseto Capo Spulico, il 18 novembre del 1989. Una morte che è passata come un suicidio (?) che però anche le prove raccolte e le dichiarazioni dei Ris, dicono essere assolutamente divergente rispetto a quanto detto dall’allora fidanzata del calciatore Isabella Internò e del camionista, che dichiararono che Denis si fosse suicidato, buttandosi sotto le ruote di un camion.
Amava la vita Denis Bergamini, lo dice in una intervista realizzata poco tempo prima della sua morte. Certo, perché mai andò via così di corsa da Cosenza, dopo aver ricevuto una telefonata, ancora non è dato saperlo. Come non è dato sapere dove fossero diretti quel 18 novembre Denis ed Isabella, e cosa successe davvero dopo che si fermarono a quella piazzola di sosta.
Di certo si sa – così come si evince dalla relazione dei Ris depositata il 22 febbraio 2012 – che “Donato Bergamini quando fu investito, era già morto”.
Era già morto.
Era già morto.
Chissà quante volte nella testa di sua sorella, della sua famiglia, dei suoi tifosi, dei suoi amici sono rieccheggiate queste parole. E allora se era già morto, cosa è successo prima che finisse sotto le ruote di quel camion?
Eccole le domande, sempre le stesse, che scalpitano e reclamano una sola risposta, che si chiama “verità”.
La verità, quella sconosciuta.
Ma qui non si molla, non ci si arrende.
Prima o poi sarà stanata e consegnata a chi attende da troppo, troppo tempo.
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