Partiamo con la prima domanda: lei è un cosentino di fama nazionale, come si è sentito ad essere candidato al Premio Strega con “le lettere alla moglie di Hagenbach”?
Con le lettere alla moglie di Hagenbach mi hanno candidato, con la logica del desiderio sono arrivato tra i semifinalisti. Sicuramente è stata una grande emozione perché mi sono ritrovato in mezzo alla grande editoria e ai grandi scrittori, ma soprattutto nella casa dell’ideatrice Maria Bellonci che è un grande museo di libri. So che il Premio Strega viene molto criticato, ogni premio ha i suoi critici, ma la mia esperienza è stata molto positiva. Naturalmente la rifarei.
Di recente è stato presentato al Salone del Libro di Torino il suo ultimo romanzo edito da Rubbettino “Le Cose di Prima” di cosa parla?
Allora io ho voluto indagare l’adolescenza secondo la mia linea di pensiero, cioè che oltre la ragione c’è una parte di noi essenzialmente folle. E intendevo rappresentare come in un’allegoria il demone pericoloso dei ragazzi adolescenti. Ma anche il concetto che se non si riesce a tacitarlo si va incontro a conseguenze molto gravi.
Certo, l’adolescenza è considerata come l’età più critica per un uomo, dove si forma la sua personalità a partire dall’infanzia, alla pubertà fino all’adolescenza e alla giovinezza.

Senta lei aveva una società letteraria denominata ‘’ I barbitonsori’’ di cosa si occupava?
I barbitonsori era il nome antico del barbiere, quindi noi facevamo una presa in giro della letteratura seriosa e ci concentravamo nello studio degli scrittori seri, di personaggi che avevano dato un contributo reale. Ed è stata un’esperienza meravigliosa che poi si è chiusa nella pubblicazione del libro mastro dei barbitonsori nel quale abbiamo raccolto il nostro materiale.
Quali sono stati gli scrittori che l’hanno ispirata?
Io sono un grande lettore. Se dovessi citare dei nomi in particolare i miei scrittori stranieri preferiti sono Emily Dichinson, Kafka, Proust, Celine, il Beckett romanziere non drammaturgo, Scott Fitzgerald e Truman Capote. Per quanto riguarda gli italiani mi sono interessato molto alla poesia, partendo da Giacomo Leopardi. E penso che il problema delle scuole italiane sta nel fatto che non fanno studiare lo zibaldone dei pensieri, un autentico anticipatore di Nietzsche. Dopo Leopardi mi sono concentrato anche su Ungaretti, Montale e tutti i grandi autori che hanno fatto grande la poesia italiana
Passiamo a una curiosità personale, quanto tempo impiega in media per scrivere un romanzo, sappiamo che per scriverne uno ci possono volere sei mesi come tre anni, lei quanto ci mette?
Venti giorni. Il mio massimo è stato ventitrè giorni. In genere nel mese di Agosto finisco il romanzo, il punto sta nell’immaginarlo intero in testa. Sulla adolescenza ci stavo pensando da anni e dopo aver sentito al funerale di un amico di mio figlio un’omelia di un sacerdote che citò il passo di Giovanni dell’Apocalisse che dice:’’ Non ci sarà più sofferenza, lamento, affanno perché le cose di prima sono finite’’ il romanzo è apparso magicamente nella mia mente.
Lei questa frase l’ha anche riportata nel libro, dove ha fatto degli esempi molto significativi come quello dell’orologio. L’orologio che ritrovi dopo un mese non è lo stesso orologio di un mese prima, una metafora importante per descrivere le cose della vita.
Noi abbiamo la brutta abitudine di considerare gli oggetti come oggetti. La mia abitudine è diversa, considero gli oggetti come elementi di una forte amicalità. A me piacciono perché sono sicuro che hanno una loro vita e quindi se ce l’hanno è chiaro che se si perdono non vogliono più stare con noi. Questo perché le cose hanno un’anima, perché dovrebbe essere falsa questa affermazione? Perché siamo razionalisti e scientifici, mentre la quantistica ci sta dimostrando che le idee scientifiche tendono a non essere del tutto vere. Perciò ci sono delle cose che non possiamo capire ma possiamo sentire.
Come vede il futuro della narrativa italiana? E’ ottimista o pessimista?
Io non sono né ottimista e né pessimista, sono un osservatore. La narrativa italiana è in mano all’editoria, agli uffici marketing delle case editrici, quindi, tendono ad abbinare a qualsiasi prodotto il piacere del pubblico. Perciò in Italia non si trovano più romanzi dirompenti che non vadano secondo i gusti del pubblico, negli ultimi dieci anni non abbiamo mai avuto dei libri che fossero veramente dirompenti. Questo, secondo me, è il grande problema della narrativa italiana, dove l’editoria ha molto più potere rispetto all’estero.
Passiamo all’ultima domanda che considero la più importante, quale messaggio vuole lanciare con la sua letteratura?
Non vorrei lanciare nessun messaggio. Vorrei solamente dire alcune cose, la prima cosa è che dopo la ragione esiste una parte di noi che vive nello scenario della follia, questa parte della follia viene totalmente dimenticata e quindi quando emerge non lo fa in un modo salutare ma crea dei grandi guai. E l’altra cosa è che non esiste una colpa, noi siamo abituati al retaggio cristiano, la vediamo come un macigno da portare. Se va a vedere nei miei romanzi il colpevole si salva sempre, perché non esistono le colpe, esistono le responsabilità.
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