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La stanza del Santo: Eugenio Maria Gallo ritrova le radici della memoria e della fede

Un libro che attraversa la storia, la devozione e gli affetti familiari. Il ritratto di un intellettuale calabrese che affida alla scrittura il compito di custodire l’identità di una terra.

Di Anna Maria Ventura

Alcuni libri maturano lentamente nell’intimità di una coscienza, alimentati da ricordi, affetti e suggestioni che il tempo non riesce a cancellare. “La stanza del Santo”, di Eugenio Maria Gallo, appartiene a questa dimensione. È un’opera che prende le mosse dalla figura di San Francesco di Paola, ma progressivamente si apre a un orizzonte più vasto, nel quale la ricerca storica incontra la memoria autobiografica, la tradizione popolare si intreccia con la riflessione religiosa e il racconto di un’esperienza personale diventa testimonianza di un’intera comunità.

Il volume potrebbe apparire una tradizionale biografia del Taumaturgo paolano, ma ha una sua originalità che risiede proprio nell’intreccio di generi e prospettive: il racconto, il saggio, la ricostruzione storica e la meditazione spirituale concorrono a delineare un percorso nel quale l’autore, tornando idealmente nei luoghi della propria giovinezza, ritrova una parte essenziale della propria identità.

La stanza evocata nel titolo è anzitutto un luogo concreto, legato alla tradizione secondo la quale San Francesco di Paola sarebbe passato in una camera di un palazzo di Paterno Calabro. Un’immagine custodita nei racconti della madre e della zia, che ha accompagnato l’autore fin dall’infanzia. Ma quella stanza assume presto una dimensione ulteriore: diventa luogo interiore, dimora dell’anima, spazio simbolico nel quale continuano a vivere gli affetti familiari, le voci del passato e le radici della fede.

È qui che il libro rivela una delle sue chiavi interpretative più suggestive. La memoria al di là di essere considerata come un semplice deposito di immagini ormai lontane, diventa una presenza capace di restituire significato al presente. Ricordare significa riabbracciare, riconoscere ciò che si è stati e comprendere quanto le esperienze vissute abbiano contribuito a formare la propria coscienza.

Nell’intervista rilasciata a L’Eco della Valle, Gallo individua con chiarezza la motivazione più profonda della sua opera: il bisogno di riconciliarsi con il proprio passato, di riabbracciarlo e di farlo rivivere attraverso la scrittura.

In questo ritorno assumono un ruolo fondamentale Dipignano e Paterno Calabro, due comunità che nella sensibilità dell’autore sembrano comporre un’unica geografia affettiva. Dipignanese di origine, Gallo ha frequentato Paterno fin dalla giovinezza, anche per i rapporti di lavoro del padre e per le amicizie nate durante gli anni della scuola. I viaggi in autobus verso Cosenza, la condivisione degli interessi sportivi, le esperienze legate alla vita sociale e politica e, soprattutto, il rapporto con le persone hanno costruito un legame che il trascorrere degli anni non ha dissolto.

Paterno  è certamente il paese della memoria, degli incontri, della formazione e degli affetti. Tornarvi attraverso un libro significa, per l’autore, compiere un viaggio che supera la dimensione geografica e diventa autenticamente esistenziale.

Particolarmente intensi sono i ricordi delle serate invernali trascorse davanti al focolare, quando la madre e le zie raccontavano episodi della vita del Santo, i suoi miracoli e le tradizioni popolari che ne avevano accompagnato la fama. Sono immagini appartenenti a un mondo nel quale la religiosità permeava la quotidianità familiare e i Santi erano avvertiti come presenze vicine, quasi membri della stessa casa.

Questa memoria domestica costituisce il primo incontro di Gallo con Francesco di Paola. Molto prima della ricerca documentaria e dell’approfondimento storico, vi era stata la parola degli anziani, la narrazione familiare, la trasmissione di una fede che si faceva esperienza vissuta.

Il libro nasce anche dal desiderio di restituire dignità a quel patrimonio immateriale, riconoscendo che la storia di una comunità  si conserva certamente negli archivi e nei documenti, ma soprattutto nelle voci di chi l’ha vissuta e tramandata.

Per comprendere la sensibilità che attraversa La stanza del Santo occorre soffermarsi sul percorso umano e culturale del suo autore.

Eugenio Maria Gallo, originario di Dipignano, vive da molti anni a Rogliano. Laureato in Filosofia, ha dedicato una parte importante della propria vita all’insegnamento dell’Italiano e della Storia negli istituti di istruzione secondaria superiore.

La formazione filosofica e la lunga esperienza di docente costituiscono due riferimenti essenziali della sua personalità intellettuale. Alla trasmissione del sapere ha sempre affiancato l’interesse per la ricerca, la riflessione critica e la valorizzazione delle radici culturali.

Negli anni giovanili ha collaborato con il settimanale cattolico cosentino Parola di Vita e con la rivista Quaderni Decardoniani. Si è occupato di storia locale, critica letteraria e poesia, pubblicando saggi e contributi dedicati alla ricostruzione delle vicende del territorio calabrese.

Tra i suoi lavori figura “Fuochi ad Amantea”, saggio dedicato all’assedio della cittadina tirrenica e alle vicende della lotta antifrancese. Un’opera nella quale la ricostruzione storica si accompagna a un ritmo narrativo attento alla dimensione umana dei protagonisti e alle motivazioni che ne orientarono le scelte.

Nel 2016 ha pubblicato “I giorni di Maratea e di Amantea” e nel 2017 “Lorenzo Diano”. Dal lager di Sandbostel al dramma fecondo del ricordo, dedicato alla vicenda di un militare italiano internato nei campi nazisti dopo l’8 settembre 1943. Quest’ultimo lavoro rivela un interesse che va oltre la storia locale e si misura con la memoria della tragedia europea, con la dignità della persona e con la capacità di trasformare la sofferenza in testimonianza.

Un altro versante significativo della sua attività è rappresentato dalla poesia dialettale e dalla valorizzazione della lingua locale. Particolarmente impegnativo è il suo lavoro di traduzione della Divina Commedia nel dialetto del territorio, impresa che testimonia una concezione della cultura nella quale il patrimonio linguistico delle comunità  è considerato  una componente autentica dell’identità collettiva.

Il dialetto, nella prospettiva di Gallo, conserva modi di pensare, sensibilità, immagini e memorie che rischierebbero altrimenti di disperdersi. Oltre ad essere strumento di comunicazione, è una forma di appartenenza e un archivio vivente della storia di un popolo.

Anche il suo interesse per gli antichi mestieri, per le tradizioni artigianali e per le trasformazioni della società calabrese si colloca in questa linea di ricerca. Raccontare gli artigiani del rame di Dipignano, gli antichi mestieri e le consuetudini di una comunità significa recuperare un mondo nel quale il lavoro, la famiglia e la vita sociale erano strettamente legati.

In questo percorso “La stanza del Santo” appare come una sintesi particolarmente significativa delle sue inclinazioni culturali: la storia, la letteratura, la memoria popolare e la spiritualità trovano un punto d’incontro nella figura di Francesco di Paola.

Al centro dell’opera si colloca naturalmente San Francesco di Paola, figura di straordinaria importanza nella storia religiosa e culturale della Calabria e dell’intera tradizione cristiana.

Nato a Paola nel 1416, Francesco maturò una spiritualità fondata sulla preghiera, sull’umiltà, sulla penitenza e sulla carità. La sua esperienza religiosa diede origine all’Ordine dei Minimi, destinato a diffondersi ben oltre i confini della Calabria. Nel 1483 fu chiamato in Francia presso Luigi XI, entrando in contatto con uno dei centri più importanti della vita politica europea del tempo.

La sua vicenda personale si colloca dunque in una stagione storica complessa, nella quale la religiosità, il potere politico e le trasformazioni sociali erano profondamente intrecciati.

Gallo si avvicina al Santo con una sensibilità che unisce la devozione ricevuta in famiglia alla necessità dell’approfondimento storico. Oltre a riproporre la tradizione, si confronta con gli studi e con le testimonianze che consentono di comprendere la personalità, l’opera e il significato della sua presenza nella storia.

Particolare rilievo assumono, nel percorso di ricerca, gli studi di Giuseppe Fiorini Morosini e Francesco Rubino.

È importante, in questo contesto, il rapporto tra fede e discernimento storico. La tradizione popolare costituisce un patrimonio prezioso, ma richiede di essere letta distinguendo i racconti tramandati oralmente dai fatti documentati. La memoria di un popolo conserva infatti un valore culturale anche quando non coincide interamente con la ricostruzione storiografica.

La devozione, quando è accompagnata dalla consapevolezza critica, acquista  una dimensione più matura.

Tra i luoghi che accompagnano il percorso dell’autore, la grotta di Paterno assume un particolare significato. Spazio di raccoglimento e di preghiera, essa diventa anche simbolo di una spiritualità che invita a guardare dentro se stessi e a riconoscere il valore del silenzio, dell’umiltà e dell’attenzione verso gli altri.

Proprio l’umiltà e l’obbedienza alla volontà divina sono indicate da Gallo,  come gli aspetti della spiritualità francescana maggiormente necessari anche alla società contemporanea. Sì tratta di valori che possono alimentare una diversa concezione delle relazioni umane, fondata sulla disponibilità, sulla solidarietà e sul superamento dell’egoismo.

Uno degli elementi narrativi più interessanti del volume è il pretesto dal quale prende avvio il racconto: l’invito rivolto a Gallo a partecipare al Presepe Vivente di Paterno Calabro interpretando Dante Alighieri.

È un’occasione apparentemente semplice, ma destinata a trasformarsi in un’esperienza di riscoperta. Camminare per le strade del paese, attraversare i luoghi legati alla presenza di San Francesco e raggiungere la grotta del Santo significa per l’autore riattivare una trama di ricordi che sembrava appartenere soltanto al passato.

La figura di Dante, poeta del viaggio e della ricerca spirituale, finisce per assumere un valore simbolico. Il cammino attraverso Paterno diventa un itinerario nella coscienza, un viaggio nel quale la memoria personale si incontra con la storia e con la fede.

È proprio questa particolare costruzione a rendere l’opera difficilmente riconducibile a un unico genere letterario. Come ha osservato Antonio Pettinato nella sua lettura critica, si tratta di un vero e proprio racconto-saggio, nel quale il narratore e lo studioso convivono senza che l’uno prevalga definitivamente sull’altro.

Il dato storico dialoga con il ricordo, la ricerca documentaria si accompagna all’esperienza personale e la riflessione religiosa non interrompe il fluire della narrazione.

Ne deriva una scrittura che trova la propria ragione nell’incontro tra dimensione individuale e memoria collettiva.

C’è, nell’opera, anche una Calabria che merita di essere riconosciuta come protagonista silenziosa.

È la Calabria dei piccoli centri, delle famiglie, delle tradizioni religiose, delle amicizie, delle consuetudini e dei luoghi che custodiscono una parte importante della storia regionale.

Dipignano e Paterno Calabro rappresentano due riferimenti geografici, ma soprattutto due comunità legate da rapporti umani e culturali che il tempo non ha cancellato.

In questa prospettiva, il paese è certamente  un luogo nel quale si nasce o si vive, ma  è anche un organismo fatto di storia, persone, valori e memoria. La sua identità sopravvive nelle relazioni, nelle tradizioni e nel patrimonio spirituale che le generazioni si trasmettono.

Il ritorno di Gallo a Paterno attraverso la scrittura diventa così un gesto di gratitudine verso una comunità che ha contribuito alla sua formazione.

La sua opera assume anche un significato civile: ricordare significa impedire che il patrimonio culturale dei piccoli centri venga disperso, restituire voce a un passato che rischia di essere dimenticato e offrire alle nuove generazioni la possibilità di riconoscersi nella propria storia.

Il valore di “La stanza del Santo” non sembra esaurirsi nella dimensione religiosa. È questa, forse, una delle considerazioni più interessanti emerse dalla lettura critica di Antonio Pettinato.

Un’opera profondamente attraversata dalla fede può parlare anche a chi non condivide le convinzioni religiose dell’autore, quando riesce a trasmettere con autenticità il significato umano di un’esperienza.

Non occorre professare la stessa fede per comprendere il valore della memoria familiare, della gratitudine, dell’appartenenza e della ricerca delle proprie radici.

La figura di San Francesco diventa così il punto d’incontro tra una vicenda spirituale e una riflessione più universale sull’esistenza. Il lettore è invitato a entrare nel mondo dell’autore senza essere chiamato necessariamente a condividerne ogni convinzione.

È una possibilità di dialogo che la letteratura dovrebbe sempre saper conservare.

Alla fine, il significato più profondo del titolo sembra andare oltre la vicenda personale di Eugenio Maria Gallo.

Ognuno possiede una propria stanza interiore: un luogo nel quale sono custodite le voci dei genitori, i racconti degli anziani, i volti degli amici, le case dell’infanzia e gli insegnamenti ricevuti.

Sono presenze che il tempo può allontanare, ma non necessariamente cancellare. Continuano ad abitare la coscienza e, spesso, riaffiorano proprio quando sentiamo il bisogno di comprendere chi siamo e da dove veniamo.

Gallo sembra aver aperto quella stanza per ritrovare la propria famiglia attraverso la figura del Santo e il Santo attraverso la memoria della famiglia. È un movimento circolare, nel quale la fede diventa memoria e la memoria si trasforma in riconoscenza.

La sua vicenda personale si fa così occasione per una riflessione che riguarda tutti: il rapporto con il passato  può diventare conoscenza, consapevolezza e riconciliazione.

In un tempo nel quale tutto sembra consumarsi rapidamente e nel quale le radici rischiano spesso di essere considerate un ingombro, un libro come questo richiama l’attenzione sul valore della continuità, della memoria e della trasmissione culturale.

“La stanza del Santo” è, in definitiva, il racconto di un ritorno: a Paterno, alla famiglia, alla fede dell’infanzia e a una parte importante della propria formazione. Ma è anche il tentativo di consegnare ad altri ciò che il tempo ha conservato.

Perché i luoghi possono cambiare, le persone possono scomparire e le generazioni possono allontanarsi, ma le storie continuano a vivere quando qualcuno trova le parole per raccontarle.

E forse la vera stanza del Santo è proprio questa: il luogo interiore nel quale la memoria non smette di parlare, la fede incontra la storia e l’uomo riconosce, attraverso le proprie radici, il senso del proprio cammino.

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