L’esito del derby nella città ventosa ha lasciato tutti noi ampiamente delusi, demoralizzati e anche vagamente incazzati, passatemi il termine. La vittoria o la sconfitta, in casi come questi e comunque all’esito di una partita di calcio che in quanto tale sfugge a qualsiasi logica precostituita, non incide se non nel breve svolgersi di quei giorni che separano dalla partita successiva.
Quello che incide, e lascia un solco che può essere rimarginato solo dopo un intero girone di distanza, è la prestazione, intesa non come calcio champagne o tocchetti di palla sopraffini, ma in quell’ancestrale significato che nel cuore e nella volontà dei tifosi risiede nella “disfida” per antonomasia, in quella partita che ognuno di noi vorrebbe giocare con la maglia del cuore per poter guardare negli occhi l’avversario di sempre e “matarlo” come in una arena della Plaza de Toro. Ciò che è esattamente mancato nella testa e nell’animo dei calciatori che domenica, indossando una casacca rossoblu, sono scesi in campo al “Ceravolo”, ciò che invece permeava tutti i competitors che dall’altra parte indossavano gli altri colori.
Allora è naturale, direi quasi scontato, che i 500 presenti sugli spalti e i 3000 sintonizzati dinanzi al video per “spingere” i lupi verso quella prestazione si scaglino con veemenza contro chi, obiettivamente, non ha per niente capito che si trattava non di una partita come le altre ma “della partita” per la quale non importava a nessuno vincere, perdere o pareggiare ma per la quale tutti, indistintamente, pretendevano e si aspettavano la voglia di vincere, di sudare la maglia, di gettare il cuore oltre l’ostacolo, in definitiva di assistere a 11 lupi affamati fronteggiare 11 aquile dagli artigli affilati.

Ma, va da sé, non si può di certo pretendere che chi agnello è diventi ad un tratto lupo: per essere un lupo vero bisogna far parte del branco, respirarne l’odore, sentirne il battito e ascoltarne l’ululato. Dalle nostre latitudini un branco non esiste, esiste solo un assemblato di calciatori, magari validi e probabilmente professionalmente apprezzabili, ma che oltre questo non possono andare. Allora bisognerebbe chiedersi perché non esiste un branco, perché quello spirito che negli anni ha caratterizzato le squadre del Cosenza non sia riuscito ad attecchire in questa rosa, perché nonostante il cambio di guida tecnica (Braglia è un vero capo branco) non si siano raccolti i frutti sperati e soprattutto vantati.
Abbiamo tante volte, soprattutto in questa stagione, sentito parlare di “squadra importante”, di “calciatori di valore”, di “valori tecnico caratteriali di altra categoria”, ma le parole se le porta il vento e ad oggi l’unica speranza che abbiamo è rappresentata dal mercato di gennaio e dalla capacità di Braglia di rivoluzionare una rosa che branco non è e non può purtroppo essere.
Ed allora, senza con questo voler condurre una caccia alle streghe ma esclusivamente per far si che non si ripetano sempre gli stessi banali errori, è necessario fare chiarezza, è necessario innanzitutto individuare i responsabili e gli errori commessi. L’esercizio non è difficile, in fondo anche Panunzio (il deficiente della Questura) è riuscito ad intuire chi e perché, gli indizi sono sparsi dappertutto, così come semplicissimo è capire chi si cela dietro la mia maschera… “Precisi. Bisogna essere precisi. E’ con questa faciloneria che offrite agli indiziati la possibilità di costruirsi gli alibi”.
(Keiser Soze) o (A.P. sempre libero pensatore)
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