Ancora una volta il consigliere comunale del M5S si chiede i motivi dei ritardi nell’applicare norme che già esistono
Rende si deve adeguare all’ammodernamento delle leggi anche per quello che attiene le attività commerciali. Lo chiede ancora una volta il consigliere comunale Domenico Miceli (MoVimento 5 Stelle): “Come mai a Rende per avviare un’attività bisogna sborsare soldi e preoccuparsi di presentare le destinazioni d’uso dell’immobile (elaborati tecnici, dichiarazioni, atti di asseveramento del tecnico) piuttosto che atti costitutivi o certificati di iscrizione vari? Perché, ad esempio, a Lamezia Terme aprire un’attività è gratis e a Rende bisogna pagare?”.

Miceli cita le norme relative: “La legge 183 del 12 novembre 2011 dice chiaramente che la Pubblica Amministrazione non può chiedere al cittadino certificazioni che sono già in loro possesso.
Il problema è che questi permessi erano in origine (prima della legge 241 del 1990 sulla semplificazione amministrativa) rilasciati dal questore, in ottemperanza al TULPS (testo unico delle leggi di pubblica sicurezza) approvato con un regio decreto del 1931 (1931!), e in quel vecchio testo di legge c’erano le fideiussioni e le altre richieste, che il comune di Rende ha ritenuto di copiare in toto senza avvedersi della legge ormai cambiata”.
Miceli rivendica una battaglia portata avanti da tempo: “Come MoVimento 5 Stelle abbiamo chiesto al sindaco Marcello Manna, all’assessore al Commercio, Vittorio Toscano, all’assessore al Bilancio, Antonio Crusco e per competenza alla Quarta Commissione – Attività produttive e rapporti con le aziende e servizi – di abolire una volta per tutte la fidejussione richiesta per l’apertura delle attività agenzie d’affari. Oggi, infatti, chi volesse aprire una agenzia di servizi nel comune di Rende dovrebbe, tra gli altri obblighi, contrarre una polizza fideiussoria di 1291 euro, come si può verificare scaricando dal sito del comune di Rende la segnalazione certificata d’inizio attività (SCIA) apposita. Un’ingiustizia oltre che un’operazione antiquata, da cambiare immediatamente anche in ottica di favorire lo sviluppo economico del territorio, semplificando le procedure e sburocratizzando quelle vere e proprie assurdità che ancora oggi si annidano nell’amministrazione della cosa pubblica”.
Ecco perché il Comune deve darsi una svegliata: “Il Comune di Rende a tutt’oggi – gennaio 2015 – non si è aggiornato ad un legge del 1990, mantenendo le prescrizioni del 1931. Crediamo che i tempi siano più che maturi per applicare quei piccoli ma fondamentali correttivi che regolano il rapporto tra la pubblica amministrazione e i cittadini”.
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