«I totalitarismi veri scorrono nel sangue, non sulle strade. E la filosofia è ciò che ci restituisce coscienza del nostro stesso respiro»
Di Ada Giorno
Nel panorama educativo e sociale descritto da Alessandro D’Avenia, emerge un’immagine inquietante: si esce dalla scuola con delle competenze “spendibili”, ma privi di un’identità profonda. La felicità, in questa visione, è sacrificata sull’altare dell’efficienza. Un pensiero acuto, ma che necessita di essere completato.
In realtà, la filosofia fa l’opposto di ciò che denuncia D’Avenia. Essa non forma “risorse” da impiegare, ma individui capaci di resistere, riflettere, scegliere. In un mondo in cui i poteri si infiltrano nei ritmi e nelle abitudini, la filosofia è l’ultimo baluardo di libertà interiore. Non solo ci interroga su chi siamo, ma ci protegge dall’inconsapevolezza.
Non prepara alla produttività: prepara alla vita.
La vera ricchezza, dunque, non è nelle competenze tecniche, ma nella capacità di pensare-pensare davvero, pensare contro, pensare con gli altri.
La filosofia non ci rende “spendibili”:
Perfetto, Ada. Allora costruiamo una riflessione che metta in discussione la visione di D’Avenia, non per negarla in blocco, ma per mostrarne i limiti e aprire uno spazio più ampio, dove la filosofia non è assente, ma protagonista. Contro la nostalgia dell’identità: la filosofia non è un abito, è un gesto Alessandro D’Avenia denuncia, dunque, una scuola che forma competenze ma non identità, e una società che trasforma le persone in “risorse” da esaurire. È una critica lucida, ma rischia di cadere in una visione nostalgica e parziale: come se la scuola fosse solo un luogo di addestramento e la filosofia un’assenza.
Eppure, la filosofia è già lì. silenziosa ma operante. Lo dimostrano pensatori come Carmine Castoro, che smaschera i totalitarismi “luminosi” che si insinuano nei nostri gesti quotidiani, e Luca Lupo, che restituisce alla filosofia la sua lentezza, la sua capacità di abitare il tempo e le parole. In questa prospettiva, la filosofia non è un sapere da aggiungere, ma un modo di vivere che resiste all’omologazione.
E poi c’è Socrate, che non ha mai parlato di competenze, ma di coscienza. La sua morte è il rifiuto radicale di essere “spendibile”. È la testimonianza che la filosofia non serve a funzionare meglio, ma a vivere con verità.
Dunque, non è vero che usciamo da scuola senza identità. Forse usciamo con identità fragili, ma anche con domande aperte. E la filosofia, se accolta, è proprio ciò che ci impedisce di diventare manichini vestiti di competenze. È ciò che ci restituisce il peso e la bellezza dell’essere vivi.
A studenti e insegnanti,
compagni di un sentiero in salita e senza garanzie.
A chi insegna senza imporsi,
e a chi apprende senza obbedire.
A chi sceglie di rallentare quando tutto corre,
di pensare quando tutto è già detto,
di cercare quando tutto è già catalogato.
A voi, che custodite la possibilità della filosofia
come gesto quotidiano di libertà interiore.
Alessandro D’Avenia denuncia una scuola che forma competenze ma non identità, e una società che trasforma le persone in risorse da esaurire. Ma questa visione, per quanto sincera, rischia di essere nostalgica e passiva, come se la filosofia fosse scomparsa, come se non ci fosse più spazio per la cura di sé. E invece, la filosofia non è assente: è cura silenziosa, medicina lenta, gesto di resistenza.
«Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta.»
– Socrate, Apologia
Socrate non ha mai parlato di competenze: ha parlato di coscienza, di interrogazione, di inquietudine. La sua filosofia non era un sapere da trasmettere, ma un farmakon: un rimedio, una medicina dell’anima. La sua morte non è una sconfitta, ma un atto terapeutico: ha curato la città con la sua coerenza, ha guarito la parola dalla menzogna.
« nuovi totalitarismi non reprimono: seducono. Non impongono, orientano. Non proibiscono, normalizzano.»
– Carmine Castoro, Filosofia del totalitarismo “luminoso”
Castoro ci mostra che oggi il potere non si impone con la forza, ma con la dolcezza. È un potere che anestetizza, che ci fa sentire liberi mentre ci addestra. In questo contesto, la filosofia è più che mai necessaria: è “diagnosi e terapia”, è lo sguardo che smaschera, è la parola che disintossica.
«Le parole non sono strumenti. Sono atti. Fare filosofia è fare attenzione al ritmo, alla precisione, all’ospitalità della lingua.»
Luca Lupo, nel testo “ Del fare filosofia” ci invita a una filosofia incarnata, quotidiana, che non cura con concetti astratti ma con “presenza, lentezza, ascolto”. E’ una medicina che non si somministra, ma si pratica. Non guarisce “da fuori”, ma accompagna “da dentro”. È un’etica della parola, un’ecologia del pensiero.
Dunque, contro la visione di D’Avenia, non è vero che la scuola non offre identità. Forse non la impone, ma la filosofia la rende possibile. Non come dottrina, ma come cura. Non come programma, ma come gesto. E in un mondo che ci vuole efficienti, la filosofia ci restituisce la fragilità come forza, il dubbio come salute, la lentezza come guarigione.

di Ada Giorno
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