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Successo a Cosenza per la presentazione di “Cella 121”: il nuovo noir di Attilio Sabato conquista il pubblico

La Sala Gullo della Casa delle Culture ospita il dibattito sul terzo capitolo della fortunata trilogia dello scrittore. Un viaggio doloroso e profondo nella mente di un uomo travolto dal sospetto.

Nella Sala Gullo della Casa delle Culture, un viaggio profondo e intimo nel nuovo successo editoriale della Luigi Pellegrini, che narra di quelle cadute che non lasciano lividi sulla pelle, ma fratture indelebili nell’anima.

Il giornalista e scrittore Attilio Sabato, mette a segno il terzo capitolo di una fortunata trilogia che si muove con passo felpato e sicuro sul confine sottile tra il Noir e il Thriller psicologico. Storia vera di un’onorevole disonorato, incastrato, ammanettato. Un’indagine giudiziaria che scuote i vertici istituzionali, dove i confini tra colpevolezza, manipolazione e verità si fanno estremamente labili.

Il volume, già accolto da un eccellente riscontro di vendite, è tornato a far parlare di sé. Dopo i saluti della consigliera, delegata alla Cultura del Comune di Cosenza Antonietta Cozza, e sotto il coordinamento di Vera Segreti, direttrice artistica della Casa delle Culture, l’incontro si è trasformato in una riflessione a più voci lucida, profonda e a tratti dolorosa sulla condizione umana quando il potere improvvisamente si sgretola assieme alla propria identità. A dialogare con l’autore lo psicanalista Gaetano Marchese che ha offerto uno spaccato clinico notevole sull’angoscia da carcerazione. “La cella non è solo uno spazio fisico di reclusione, ma diventa un amplificatore psichico, una cassa di risonanza dell’Inconscio. Ma la vera prigione non ha sbarre di ferro: è il pregiudizio, l’impossibilità di elaborare la colpa, condannati a vivere in un ‘inferno’ relazionale dove l’altro non è mai un interlocutore, ma uno specchio deformante della propria miseria psicologica.”

La scelta grafica della copertina basta da sola a raccontare l’essenza dell’opera: una porta di ferro, fredda e impersonale, con sopra un numero, e accanto un frammento di luce che filtra debolmente da una finestrella. È l’istantanea di una spersonalizzazione drammatica: l’impatto con il sistema penitenziario riduce l’individuo a un mero codice numerico, decretando lo smarrimento della propria storia e della propria dignità.

Più che un’operazione letteraria, il romanzo si rivela un profondo atto di generosità intellettuale. Attilio Sabato dimostra l’empatia e il rigore del giornalista con la “G” maiuscola, che vive la professione come dovere civico e responsabilità morale. A delinearne i tratti stilistici è intervenuta la giornalista e caporedattrice TG di Ten Rosalba Baldino, legata a Sabato da un sodalizio professionale ultratrentennale. Accomunati dallo stesso spirito di servizio, dalla medesima profonda umanità la Baldino ha descritto il Direttore come un autore che rifugge l’autocelebrazione, la cui penna è mossa da un’urgenza espressiva inarrestabile, in questo caso: raccogliere la testimonianza diretta del protagonista, divenendo tramite per consegnare questa storia a quanti ne sapranno scorgere la giusta metafora.

Una scrittura scenografica minuziosamente descrittiva, che prelude naturalmente ad una trasposizione cinematografica.

Un passaggio di straordinaria sensibilità è stato confidato dallo stesso autore, il quale ha rivelato di aver affrontato la stesura guidato da un monito intimo suggeritogli dal figlio: “Attento a fare in modo che la parola non uccida il pensiero“. Da qui la scelta di una prosa chirurgica, mai sovraccarica, tesa a non offuscare il dramma umano con eccessi verbali, permettendo all’idea progettuale di arrivare limpida e intatta al lettore.

Il romanzo, è stato ribadito, non intende sindacare il sistema giustizia né addentrarsi nell’arena politica; si focalizza unicamente sulla metamorfosi dell’individuo sulla fragilità dell’esistenza e sulla necessità di preservare l’umanità anche dentro l’inferno del sospetto e della gogna mediatica.

La narrazione brilla soprattutto nella gestione dei tempi e della tensione: i dialoghi sono taglienti e pieni di pathos; l’atmosfera attorno ai corridoi del tribunale e alle celle del carcere è cupa e claustrofobica.

Un’opera che non si limita a raccontare un processo, ma un vero e proprio teatro di passioni umane, dove le maschere del potere crollano sotto il peso della disperazione e della vendetta. Che scava a fondo nell’ambizione sfrenata e nel prezzo altissimo della verità. Un ritmo serrato e colpi di scena che lasciano con il fiato sospeso fino all’ultima pagina.


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