“L’incontro”, primo episodio di Tre Sorsi di Vodka
C’è un’aria strana nell’aria, il vento accarezza i passanti, nel cielo un stormo di uccelli si dissolve all’orizzonte, in lontananza il suono dei clacson sembra una melodia scomposta ed il sole che si infrange sulle vetrate del piccolo bar ad angolo disegna i colori di un tempo lontano. Lucilla è seduta al tavolo immersa nei suoi pensieri. Per lei oggi è un giorno speciale, oggi è quel giorno che si ripete ogni anno, sempre in quel bar, sempre a quell’orario e sempre accompagnata dalle sue compagne di una vita: Paola e Vittoria.

Lucilla ha 43 anni, è una psicologa, vive in campagna con il suo compagno Giulio, affascinante giornalista sempre in giro per l’Italia. Non hanno figli, il loro è un perfetto equilibrio a due. Lucilla non ha mai voluto lasciare la sua adorata terra, ha sempre creduto di non poter essere felice in nessun altro posto. Solare ma a tratti cupa, una donna forte ma anche tanto fragile. Contraddittoria e polemica è sempre stata in prima linea a spendersi per i più deboli. In passato ha rifiutato una grande opportunità di lavoro per non lasciare il consultorio del piccolo paese in cui è cresciuta.
I capelli ricci e difficili da pettinare l’hanno fatta apparire sempre un po’ in disordine ma dentro di lei l’ordine è una costante. Occhi profondi a tratti nostalgici, senza un filo di trucco, per lei è importante non nascondersi mai, neanche dietro un rossetto e un po’ di fard che danno luce ad un viso sempre troppo segnato dai malumori della vita.
Lucilla è semplice, schietta, dentro di lei è racchiuso un mondo di emozioni e sensazioni, spesso troppo frenate da una freddezza che le fa da scuso con il mondo e la protegge dalle sue insidie.
Un rumore forte ed insistente distoglie Lucilla dai suoi pensieri, è il telefono che squilla insistentemente, quel Nokia che mai ha voluto cambiare, perché mai è voluta essere schiava delle mode.
“ Pronto, Vittoria, ma dove sei finita? ”, Vittoria dall’altro capo del telefono , in affanno:
“ Lucy scusami sono in macchina, mi senti? Questo maledetto telefono”, silenzio,
“ Si Vittoria ti sento ”, Vittoria riempie la bocca di fiato e riparte con il suo solito rapido modo di parlare:
“ Allora non puoi capire, l’aereo ha fatto 30 min di ritardo, poi scappa a prendere la car che ho noleggiato, intanto ho dovuto fare una conference call con l’America che non potevo proprio rimandare, mi hanno sbagliato la prenotazione sul volo di ritorno, ho dovuto prenotare l’aereo per il Giappone, insomma un casino, hai sentito Paola? ”
“ Non ancora io sono al bar ad aspettarvi, ora la chiamo e vediamo se sta arrivando, tu fra quanto tempo arrivi? ”
“ Lucy 10 minuti e ti raggiungo, cia cia cia ”
“ Ciao Vittoria ”.
Sempre la solita, sempre di corsa, sempre lei ad inseguire il tempo e perderlo di vista costantemente.
Vittoria lavora a Ravenna è un’imprenditrice, ha 45 anni. Non è sposata e non ha figli, innamorata degli ideali, un po’ meno degli uomini.
Ha sfidato i pregiudizi di chi la voleva dolce e premurosa ad accudire uomini e bimbi, lei invece ha scelto di prendersi cura delle sue competenze per creare vita dentro la sua azienda.
Occhi scuri, capelli medio lunghi, castani e mossi, piega perfetta, sempre e comunque. Alta 1.62, quanto basta per farsi notare con un tacco 5cm sempre al piede, dice con convinzione : “a lavoro bisogna essere sempre performanti, alla bellezza ci si pensa sempre dopo perché l’estetica è lo strumento per esaltare un valido interno”.
Truccata anche a letto, un filo di eyeliner a definire la linea dei suoi occhi, ombretto scuro e mascara per descrivere lo sguardo severo, deciso e coinvolgente. Labbra sottili che sanno accompagnare ogni lettera pronunciata. Parla al ritmo giusto, non troppo lento da annoiare e non troppo veloce da non permettere all’interlocutore di comprendere ogni singola parola.
Non dice il troppo, ma solo l’essenziale e lei sa bene cosa è essenziale dire e quando è essenziale tacere. Mani curate con unghie corte e smaltate di un rosa antico lucido. Elegante, sempre e comunque. Si sveglia presto. La mattina le appartiene per viversi un po’, caffè amaro, notizie della giornata, ginnastica, doccia e ancora un altro caffè.
Non esce mai senza il suo profumo, uno solo che sappia farla riconoscere in mezzo a tante. Pianifica ogni sua giornata, perché sa bene che essere sprovveduti può far tanti danni e lei non può sbagliare, no lei non vuole sbagliare, no lei non sa sbagliare, perché a sbagliare ci vuole coraggio e forse lei non è ha tanto.
Lucilla sta per fare la sua telefonata a Paola ma alza lo sguardo e in lontananza vede una sagoma avvicinarsi, è familiare, e pian piano che la distanza diminuisce si rende conto che è proprio Paola un po’ cambiata dall’ultima volta ma sempre con la stessa inconfondibile luce negli occhi che la rende unica e splendente.
Paola 39 anni, ha capelli chiari lisci e molto sottili. Piuttosto formosa, ha un gusto spiccato per la buona cucina, ma non cucina mai, per lei ha sempre cucinato la sua mamma.
É tornata a vivere in Calabria dopo anni di università a Milano, città che credeva l’avrebbe aiutata ad essere sé stessa. Fin dai primi anni di liceo mentre le sue compagne guardavano i ragazzi, lei sistematicamente si innamorava delle sue amiche.
Ha studiato lettere e beni culturali perché sognava di allestire mostre, era il suo sogno fin da bambina, quando nella sua stanzetta giocava a tracciare percorsi con le statuine che trovava negli ovetti kinder e che collezionava con il solo scopo di allestire piccole mostre che poi avrebbe mostrato fiera ai suoi genitori e al suo fratellino che sistematicamente però gliele distruggeva.
Il papà l’avrebbe voluta ingegnere e la mamma, che reputava quello dell’ingegnere un mestiere da “maschi” la immaginava maestra. A Milano più di una donna le aveva fatto battere il cuore, aveva avuto un paio di relazioni più significative, e l’ultima, finita per una forte differenza d’età, le aveva lasciato un segno indelebile tanto da farla scappare da quella città che tanto amava ma che ora aveva tutti i profumi e colori di quella brutta cicatrice che ancora stentava a rimarginarsi. Il fuoco della passione di quell’amore ancora vivo sotto la cenere andava spento e l’unico modo era tornare a casa, nella sua Calabria, terra per la quale nonostante tutto aveva sempre nutrito una forte nostalgia.
Lucilla allarga le braccia e avvolge Paola in un lungo e affettuoso abbraccio.
“ Paola ma che hai fatto ai capelli??? Ti stanno benissimo quasi non ti riconoscevo”.
“ Lucy ti piacciono? Ci ho messo un po’ ad abituarmi ma avevo voglia di cambiamento, tu invece sempre uguale.
Lo sai a me le novità non piacciano ”.
“ Ma Vittoria?? Mica ci fa lo scherzo di non venire?”
“ Come al solito è sempre in ritardo, ma sta arrivando, dai siediti che iniziamo ad ordinare, tanto ordiniamo sempre il solito, No? Certo questo rituale non dovrà mai cambiare, e ci accompagnerà sempre ”.
Paola e Lucilla si siedono al tavolino e rivolgendosi al cameriere all’unisono “il solito grazie”. In lontananza a passo veloce ecco raggiungere il tavolo anche Vittoria.
“ Ragazze finalmente ce l’ho fatta, mamma mia come siete belle, Paola cosa hai fatto ai capelli sembri ringiovanita, tu Lucilla sempre uguale, mi siete mancate tantissimo, Lucy hai già ordinato? “.
La guarda e seria risponde: “ Certo il solito ”.
Lentamente si avvicina il cameriere e con delicatezza posa i tre bicchieri sul tavolino, la coppetta di noccioline e le olive verdi e si allontana dicendo: Buon aperitivo signore.
Al tavolo sembra non essere cambiato niente rispetto all’anno passato, come se tutto si fosse fermato, come se quel tempo non fosse trascorso mai.
Quei colori primaverili, quella luce opaca che disegna ombre e quel silenzio ricco di emozione e sentimento sono il disegno di un giorno che si ripete nel tempo. Ed ora? Cosa si racconteranno al tavolo queste tre amiche, cosa è successo a Vittoria? Paola è riuscita a superare la fine del suo amore? E Lucilla è sempre convinta del suo equilibrio stabile a due? La verità è che a tutte queste domande non ci sono risposte. Nella vita di tutti i giorni ci si incontra, si beve un bicchiere insieme e non per forza ci deve essere una domanda a cui rispondere, non per forza ci deve esser qualche motivo per un incontro, ma solo la voglia delicata e silenziosa di condividere tempo.
Non deve succedere qualcosa affinché tre amiche abbiano il piacere di sedersi ad un bar. Nei loro Tre sorsi di vodka c’è il racconto di un sentimento, di un affetto non il racconto della novità. La novità è estemporanea, la novità ha un tempo che trascorre. Paola, Vittoria e Lucilla non hanno tempo, loro hanno quei tre sorsi di vodka che le uniscono, le fanno sentire così vicine che anche se ci fosse una novità da raccontare forse non ci sarebbe lo spazio e il tempo da dedicarle, e forse nemmeno la voglia.
Paola passionale calorosa, vodka alla fragola, un sorso rosso come il tramonto più romantico a cui mai abbiamo assistito. Vittoria composta elegante e ambiziosa, vodka al gusto di lampone e agrumi, un sorso blu come l’infinito del mare che si perde all’orizzonte. Lucilla concreta reale ma con un cuore grande, vodka alla mela, il suo è un sorso verde che da speranza. Il rosso, il verde e il blu mescolandosi danno il bianco, è il primo tra tutti i colori e rappresenta la libertà, la pace, la purificazione ma soprattutto la luce, quella luce che in quel giorno di tutti i giorni illumina le tre donne sedute al bar. I rapporti si nutrono del nostro tempo, e vivono di silenzi che rumorosamente parlano di noi.
Al tavolo Vittoria, Paola e Lucilla si guardano e nel silenzio sorseggiano il loro tempo e i loro unici e sempre presenti tre infiniti sorsi di vodka.
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