Francesco Rosi diceva che ” Riusciva a rubare l’anima ai personaggi “. Era proprio vero. Come dimenticare il cinico commissario di ” Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto “? Oppure il monologo di Bart in ” Sacco e Vanzetti ” dove sembra proprio un condannato a morte? O quando parlava in nolano nel maestoso Giordano Bruno?

Il segreto di Gian Maria Volonté era quello di immergersi completamente fino diventare quella identità. Un altro elemento chiave era la sua idea di cinema di impegno civile. Per lui la politica e la cinematografia andavano di pari passo. Suo padre, Mario Volonté, visse per anni in galera per il suo passato da comandante della Brigata nera Fascista di Chivasso. E anche il fratello Claudio (che morì suicida in carcere mentre lui cercò di indirizzarlo verso la sua stessa carriera) aveva le stesse idee del genitore.
Così Gianmaria voleva discostarsi da quel retaggio che secondo lui rovinò la sua famiglia. Sposò le idee proletarie mentre al contempo frequentò l’Accademia D’Arte Drammatica. Si affascinò all’esistenzialismo leggendo Sartre e Camus mentre conobbe la fame. Addirittura dormiva nelle macchine abbandonate e i suoi compagni impietositi gli portavano la colazione prima delle lezioni. Quella miseria plasmò la sua maschera come quella di altri attori eccezionali. Ma lui era davvero un’altra cosa.
Un fenomeno irripetibile. Paragonabile a Caravaggio, a Maradona, a Michelangelo. Se l’America aveva Marlon Brando, l’Italia aveva Gianmaria Volonté. Il più grande talento del bel paese che in quegli anni difficili descrisse le condizioni disumane dei lavoratori italiani. ” Ecco, io sono una vite. Io sono una cinta di trasmissione, io sono una pompa! E non c’ho più la forza di aggiustarla, la pompa adesso! Io propongo subito di lasciare il lavoro “. Diceva Lulù Massa in ” La classe operaia va in paradiso “.
Dove oltre alle sofferenze nelle fabbriche si vedeva l’ipocrisia di chi avrebbe dovuto difenderli. Perché la verità va sempre raccontata. Lo insegnò soprattutto quando interpretò Bizanti in ” Sbatti il mostro in prima pagina “. La spiegazione al praticante Roveda ancora oggi è considerata la migliore lezione di giornalismo. Perché lui poteva raccontare tutto. La sua sensibilità artistica gli permetteva di superare dei confini invalicabili. Difatti quando si trattò di interpretare per la prima volta Aldo Moro ed Enrico Mattei fu l’unico ad assumersi questa responsabilità.
Oggi sappiamo per certo che non nascerà un altro Gianmaria Volonté. Probabilmente nessuno riuscirà a possedere la sua sbalorditiva versatilità. Ma una cosa è certa: nel pantheon degli attori europei lui rimane il più grande.
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