Il 30 dicembre appena trascorso Andrea Monda ha voluto rendere omaggio alla città della sua mamma Marilù, sorella di Riccardo Misasi, al quale il fresco direttore dell’Osservatore Romano ha subito regalato un tenero ricordo, mostrando la sua gratitudine per avergli indicato la possibilità di lavorare per la comunità sotto – direbbe Kant – il cielo stellato.
Monda si presenta al Salone di Rappresentanza del Comune di Cosenza in abito grigio e una sciarpa indossata con evidenza per proteggersi dal freddo, non per dare un tono chic alla sua immagine. Invero, pochi hanno notato null’altro in lui se non il suo volto col sorriso impresso del buon amico, quindi del buon cristiano, sorriso intervallato da pose serie quando toccava temi che riguardavano ruoli e responsabilità.

Monda, insomma, alla gremita sala ha esibito la sua informalità e, quando ha iniziato a parlare, rispondendo alle domande del bravo Demetrio Guzzardi, ha sorpreso tutti per i suoi oggettivi e beneaguranti tratti di colui che si avverte come unus inter pares, padroneggiando la scena con la sorprendente potenza dell’umiltà e della cultura, questa sempre elargita, però, con parole semplici e comprensibili da tutti, in antitesi con la cultura dello sfoggio erudito che spesso allontana e infastidisce. Monda, invece, ha unito l’assemblea, parlando con la sua voce suadente, articolando concetti che, a tratti, parevano così centrati e di buon senso che ribatterli sarebbe stato quasi impossibile. Insomma, ci si è trovati dinanzi uno spettacolo non mondano, nel quale semplicità, chiarezza e messaggi fondanti, mai demagogici, hanno letteralmente affascinato l’intera platea.
«Il mio motto è “fare il bene, farlo bene, farlo insieme”…», «L’Osservatore Romano non è il giornale del Vaticano, ma della Chiesa…», «Cos’è la comunicazione se non un processo cha nasce dalla comunione per generare altra comunione al servizio della Comunità?». Parole un po’ a sorpresa, che non ci aspettavamo. Eravamo, anzi, pronti ad ascoltare la possente storia formativa del Direttore, invece Monda più volte ha detto di sé soltanto di essere stato un professore di scuola.
“Buona nuova, nessuna nuova”, così ha introdotto un argomento assolutamente demodé, giusto e antico, ma oggi purtroppo dimenticato, forse addirittura sconosciuto. Cioè, nel giornalismo vige una legge, più o meno non detta o solo sussurrata, che la notizia di un fatto bello oggi non interessa a nessuno, educati i lettori ad aver fame di cronaca nera.
E quanto più le notizie, scelte fra quelle più scabrose, si scrivono o si raccontando esaltandone la loro efferatezza, tanto più aumenta l’audience. Qui Monda ci ricorda che questo tipo di comunicazione mostra solo una parte residuale di una società che, al contrario, è per gran parte composta di gente perbene che fa le cose bene.
E cita, a tal riguardo, la catechesi di Papa Benedetto in occasione della Festa dell’Immacolata del 2009 che, dice, dovrebbe costituire il Manifesto di ogni buon giornalista: “Nella città vivono – o sopravvivono – persone invisibili, che ogni tanto balzano in prima pagina o sui teleschermi, e vengono sfruttate fino all’ultimo, finché la notizia e l’immagine attirano l’attenzione. E’ un meccanismo perverso, al quale purtroppo si stenta a resistere. La città prima nasconde e poi espone al pubblico. Senza pietà, o con una falsa pietà. C’è invece in ogni uomo il desiderio di essere accolto come persona e considerato una realtà sacra, perché ogni storia umana è una storia sacra, e richiede il più grande rispetto” – ha detto Andrea Monda.
Come fare a sovvertire questo clima terribile, sospinto a vele spiegate dall’imperante quanto brutale mondo della comunicazione? Il Direttore ammonisce che «occorrerebbe avere sull’Umanità, soprattutto sulle sue miserie, lo sguardo benevolo come quello di Maria che, dall’alto vede tutto e tutto ama, ama comunque». Occorre, quindi, «rompere i rigidi schemi di una verità comunicata parzialmente e sovente imboccata, peraltro, con uno stile che la deontologia giornalistica aborre».
«E’ inoltre doveroso – continua Andrea Monda – fare “uscire” i giornali, come tenterò da subito con il mio, da quella diffusa autoreferenzialità, che sempre più lo identifica a un’idea precostituita, a volte a un nome, dimenticando che la comunicazione è un servizio, un servizio alla e per la verità, il valore primo senza il quale nessun altro valore morale può manifestarsi».
Andrea Monda, in quel plumbeo pomeriggio di fine anno, ha stupito per la sua dotta, elegante e commovente minimalità, dove per commovente intendo la sua accezione più bella: “andare con”, e per minimalità l’essenza della testimonianza cristiana di Francesco di Paola.
La sua precisione dialettica ci è parsa incontrovertibile, tant’è che alla fine dell’intervista, nessuno ha risposto all’invito di Guzzardi di porgere delle domande. Ho avuto l’impressione, chiara e consapevole, che qualcosa o qualcuno gli stesse suggerendo parole di grande effetto e assoluta attendibilità, che poi egli ha magistralmente usato per infondere in tutti noi speranza, facendoci intravedere un possibile futuro di luce.
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