Secondo gli ultimi dati stimati sul PIL nazionale, l’Italia registra una crescita economica disomogenea: l’Emilia Romagna è in testa, sostituendo la Lombardia, mentre la Calabria risulta ultima ruota del carro

Ad abbandonare il primo posto è la Lombardia che passa il testimone all’Emilia Romagna, la quale quest’anno ha registrato un +1,1% mentre, come di consueto, sono le regioni del mezzogiorno a fare più fatica. Nonostante anche qui si registri una crescita più consistente in Campania e Puglia, la Sardegna e la Calabria restano i fanalini di coda del Paese facendo segnare appena un +0,3%.
La Lombardia abbandona la pole position ma nonostante ciò è Milano l’area metropolitana più ricca d’Europa, dietro soltanto a Londra, Parigi e Madrid. Il resto della regione è scarna e i dati si accomunano a quelli calabresi.
I settori trainanti dell’economia in crescita sono l’agroalimentare, la ceramica, la termomeccanica e la produzione di conserve e l’elettromeccanica. Parabola discendente, invece, per la moda, la metallurgia e l’oreficeria.
E come per legge del contrappasso a un PIL minimamente in crescita fa riferimento la condizione economica dei cittadini, nettamente migliorata rispetto agli scorsi anni. Nonostante ciò la crescita non è esponenziale e la causa è da ricondurre agli sprechi della Pubblica Amministrazione: se l’efficenza teutonica ha permesso infatti, dal 2014 ad oggi, di far crescere l’Amministrazione di 5,4 punti percentuali, in Italia siamo invece in passivo dello 0,5%, un dato senza il quale il nostro PIL sarebbe cresciuto dell’1,3% al netto dell’1,4 fatto altrimenti registrare dai tedeschi. E anche questo dato, in Calabria, firma la propria parabola decrescente.
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