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Tre Sorsi di Vodka, “Incidenti di percorso”

“Incidenti di percorso”, terzo episodio di Tre Sorsi di Vodka

Cos’è  Tre Sorsi di Vodka
I° Episodio di Tre Sorsi di Vodka: “L’incontro”
II° Episodio di Tre Sorsi di Vodka: “Quando il gusto è una scelta di vita”

Il vento accarezza i capelli di Lucilla che si spostano coprendole il viso e nascondendo il volto malinconico e grigio di quei ricordi lontani nel tempo, ma ecco un sorso di vodka, pronto ad accompagnare un altro viaggio nei ricordi, un altro tassello importante della loro vita, quel tassello che le ha portate a non perdere mai quell’appuntamento fisso al bar dell’angolo.

D’improvviso Lucilla interrompe il silenzio dei pensieri, e con tono fermo, come se stesse pensando ad alta voce dice: “Sono passati otto anni ormai…”. Interviene, pronta come sempre, Vittoria: “Luci sono otto anni di vita piena, piena di noi e dei nostri ricordi, di quello che siamo diventate, certe cose non capitano mai per caso, sono scritte: devono succedere. Ma poi come potremmo mai dimenticare quello che ci è successo?”, tra i respiri di Vittoria e Lucilla interviene, puntuale Paola: “Certo, io anche se volessi dimenticare, non potrei. Ho una cicatrice a cui sono molto legata e che mi riporta esattamente a quel tempo così lontano”. Vittoria non perde tempo e si fa spazio tra le spigolose ombre inquiete con una battuta, dal gusto dolce e amaro della verità: ”Paola, quella cicatrice ha la mia firma”, Lucilla accarezza la spalla di Vittoria e guardando Paola negli occhi dice: “Quella cicatrice ha la firma di tutte, ma porta con sé anche il regalo più bello che la vita potesse farci: “Angela!”. Lo sguardo delle tre amiche si incrocia, forse sorridente, ma con una velata sfumatura dal sapore aspro… Comincia così una nuova avventura nella memoria del tempo.

Tre Sorsi di Vodka, "Incidenti di percorso"
Tre Sorsi di Vodka, “Incidenti di percorso”

Quella mattina mi sono svegliata prestissimo: non volevo fare tardi, soliti rituali, e poi un’insolita allegria si è impadronita dei miei scanditi e metodici ritmi mattutini. Ero felice, forse di uscire con le mie amiche. Ma che ne so! Ero felice, e quando sei felice ti coccoli, ti prendi quel tempo in più per te, per pensare, per guardare meglio quel bagliore di sole che bussa proprio alla tua stanza e che ti regala quel sorriso pieno di una rara gratitudine per tutto quello che con fatica hai imparato ad amare della tua vita. Ecco, quella mattina con questo sentimento così luminoso dentro, ho iniziato a pensare e a fantasticare, mentre il tempo passava e mi sarei ritrovata ad essere anche quella mattina in ritardo.

Appuntamento da Lucilla ore 12.30, sono le 12.40! Infilo le scarpe, afferro la borsa, con la destra le chiavi della macchina e con la sinistra la sciarpetta perché non posso permettere che la mia voce scenda sotto certe tonalità. Corro per le scale, mi infilo in macchina e sfreccio per recuperare Lucilla. Alle 13.00 sono sotto casa sua. Solare, bella e felice, la mia Lucilla è così, si illumina con poco ed è bellissima nella sua più vera naturalità. Ma nemmeno il tempo di sorriderle che parte il primo cazziatone della giornata. “Vittoria, muoviti che siamo in ritardo. Paola ci sta aspettando!”. ”Luci, ma tranquilla! Lo sai, la fretta è cattiva consigliera!”. “Vittoria, lo sai Paola quanto ci tiene alla puntualità”.

Vittoria certe volte sembra non ricordarsi quanto possa essere irritabile Paola, sembra essere così presa da se stessa che tutto passa in secondo piano.

Il tempo quando si è in ritardo non fa mai sconti, anzi, dà la sensazione che corra ancora più veloce. Ed ecco le due donne arrivare, con circa 40 minuti di ritardo, all’appuntamento con Paola. Lei in piedi davanti al cancello, con gli occhi fissi sulla macchina, pronta ad emettere suoni funesti, ma prima che tutto ciò possa accadere, è Lucilla che, come sempre, cerca la mediazione e il perdono per il solito (e cronico) ritardo di Vittoria, tentando di mettere pace tra le due. Da sempre è lei il punto di incontro nelle discussioni fra Paola e Vittoria, che spesso e volentieri si divertono a comportarsi come cane e gatto: così diverse, eppure così simili. “Paola, scusami è colpa mia, ho fatto tardi, questa volta Vittoria non c’entra nulla”, “Luci smettila! So perfettamente come sono andate le cose! È sempre, lei Coco Chanel dei miei… Non mi fare continuare, che divento volgare!”. “Paola, e non la fare lunga, mamma mia! Sì, è colpa mia, è sempre colpa mia, ma ora cosa vogliamo fare? E’ una bellissima giornata, c’è un fantastico sole, per una volta puoi mettere da parte la tua ostinata rigidità?”. “Lo farò quando tu, per una volta, metterai da parte la tua insopportabile superficialità sul tempo”, “Ragazze dai basta! Sali in macchina, Paola, e andiamo”. “Luci, lo sai che questi suoi atteggiamenti mi urtano il sistema nervoso”.“ Paola, se non te ne strafrega un cavolo di dare una parvenza di femminilità al tuo aspetto, non te la devi prendere con me, che ogni mattina preferisco la decenza all’uscire trasandata!!!”, “Decenza??? Ah! Perché tu per decenza intendi che la mattina ci si faccia la doccia, lo scrub, lo shampoo, l’impacco per evitare i crespi, la maschera viso mani e piedi, il trucco, lo smalto, la ceretta?!? Ci mancano i fotografi e un uomo e con la tua “preparazione decente” potevi essere pronta per il matrimonio!!!”.

Paola gridando entra in macchina, mentre Vittoria non riesce a non rispondere agli attacchi dell’amica: “Stai tranquilla, non ci penso neanche lontanamente a sposarmi, e se mai dovesse accadere, stai serena che faccio la cena, così ho tutto il tempo necessario per prepararmi!!! E tu invece ci riuscirai a sposarti???”. Lucilla cerca di smorzare i toni della discussione, ma ormai Paola e Vittoria sono sul ring ed ognuna cerca di sferrare il colpo vincente. Mentre le due continuano ad attaccarsi senza alcuna protezione, Vittoria preme un po’ troppo sull’acceleratore, la macchina prende sempre più giri, il rettilineo aiuta la corsa in una discussione che non porta a nulla, se non a cercare di colpirsi sempre più forte, quando ad un tratto le grida di Lucilla interrompono l’incontro: “Vittoriaaaaa frenaaaaaaaaaaa”.

Un maremmano bianco e imponente attraversa il pericoloso rettilineo, nemmeno il tempo di pronunciare quelle semplici parole che l’impatto è così violento che la macchina si gira su stessa, e fa un testa coda. Vittoria cerca di controsterzare per riequilibrare, ma la macchina non risponde, il cane viene sfiorato, ma riesce a scappare. Intanto, nei suoi lunghissimi e infiniti giri accompagnati dalle grida delle tre amiche, la macchina ferma la sua corsa schiacciando la sua parte posteriore su guardrail. Un rumore di lamiere accompagna lo schianto, e poi silenzio.

Vittoria alza la testa, incrocia lo sguardo di Lucilla: entrambe stanno bene, si guardano e provano a chiamare Paola: ”Paola, Paola?”. Una voce flebile si sente provenire dalla parte posteriore della macchina: “Mi fa male, fa malissimo”, Lucilla e Vittoria scivolano fuori dalla macchina provando a soccorrere Paola. La porta è bloccata e la sua gamba schiacciata, Vittoria: “Luciii, chiama subito i soccorsi! Paola non ti muovere, tranquilla ora ti tiriamo fuori”. Passano circa 10 minuti e arriva l’ambulanza, accompagnata dai pompieri, che veloci si avvicinano alla macchina e cercano di aprire la porta, ma non si apre: bisogna tagliarla. Paola dentro la macchina è sommersa dal rumore del flex che incide la lamiera per creare la via d’uscita. Dopo qualche minuto la fantastica Mini Couper di Vittoria è orfana di una portiera, e Paola non è più sua prigioniera. Paola viene trasportata con l’ambulanza in ospedale, è vigile, ma ha un fortissimo dolore alla gamba, che non riesce a muovere.

Lucilla e Vittoria dopo un po’ raggiungono Paola al pronto soccorso. Lei sta facendo alcuni esami, che confermano la probabile frattura della gamba destra. Intanto in sala d’attesa, Vittoria si dispera: ”Sono una stupida, non dovevo schiacciare quel maledetto acceleratore, mi sono distratta! Se non avessi fatto tardi non avremmo discusso e a questo ora staremmo pranzando in quella fantastica trattoria. Non me lo perdonerò mai!”. “Vittoria smettila, non è colpa di nessuno, quel cane è sbucato all’improvviso, eravamo sul rettilineo, non è colpa tua, stai tranquilla e speriamo vada tutto per il meglio”. “Luci, ma come fai ad essere sempre così posata, tranquilla, sicura. Sicura che tutto vada bene, e se poi non andasse bene?”. “Vittoria per la disperazione c’è sempre tempo, per la speranza il tempo è ora”. Improvvisamente, trasportata da un infermiere su una carrozzina, arriva Paola: “Ragazze, sono qui“. Le amiche corrono verso Paola. Vittoria è un fiume in piena: tutte le parole che vorrebbe dire si accavallano e non riescono a prendere forma. Lucilla prontamente interviene: “Paola come stai? Come ti senti? Che dicono i medici? Ragazze, mi ricoverano! Ho una frattura scomposta della gamba, dovrò stare per un mese in ospedale, ma diciamo che tutto sommato è andata bene”. Paola ha dolore e fa una breve pausa per prendere fiato. Vittoria approfitta per mettere insieme due parole: “Scusami, scusami, non volevo, è colpa mia, sono stata una stupida”. Paola prende la mano di Vittoria e la rassicura: ”Ma cosa dici? Stai tranquilla, non è colpa di nessuno, doveva andare così, ora però non mi lasciate sola qui, avvisate i miei che è tutto ok io chiamo Maria Giovanna”. Un’altra breve pausa, con un respiro affannato, e poi riprende: “Andate a prendere qualcosa a casa per la notte, invece del pranzo ci facciamo la cena in ospedale!”. “Paola, certo, non ti lasciamo sola!”- “Vitto però ora ripulisciti il viso, che ti è colato tutto il mascara, non ti posso vedere così”, con un sorriso complice le due si abbracciano e la lite in macchina è solo un ricordo lontano.

Tra un singhiozzo e qualche lacrima Paola fa la sua telefonata: “Pronto Mary”, dall’altro capo del telefono Maria Giovanna preoccupata: “Pronto Paola cosa succede? Che hai?”, Paola cerca di raccogliere le parole ma soprattutto di fermare le lacrime per riuscire a parlare: “Abbiamo avuto un’incidente con la macchina, ho una frattura alla gamba, mi ricoverano, dovrò stare qui in ospedale almeno un mese, ho avuto tanta paura, paura di non rivederti più”, la compagna spaventata e confusa le dice: “ma come è successo? Stai tranquilla non piangere ora è finito tutto, per fortuna è solo una gamba, vorrei essere lì con te, vorrei prendere il primo aereo da Milano per raggiungerti e stringerti forte”, “Un cane ci ha attraversato la strada improvvisamente e Vittoria non è riuscita a frenare. Sto bene, ma la gamba fa male, non puoi raggiungermi? Non puoi venire domani?”, Paola conosce già la risposta a quella domanda ma le parole escono sole, Maria Giovanna con voce calda e rassicurante: “Lo sai con mamma in ospedale non posso muovermi da Milano, ma sarò presente nonostante tutti questi chilometri che ci separano, tu devi essere forte, con te c’è la tua famiglia ma soprattutto ci sono Vittoria e Lucilla, ma a proposito loro come stanno?”, Paola si asciuga le lacrime, Maria Giovanna ha la capacità di tranquillizzarla semplicemente accarezzandola con le parole: ”Loro stanno bene per fortuna, ora ti devo lasciare che mi portano in camera, ci sentiamo dopo.”

Si chiude così la telefonata, Paola avrebbe voluto trovarsi tra le rassicuranti braccia di Maria Giovanna, sentirsi al sicuro come ogni volta che ha un problema, ma purtroppo quella distanza non può essere colmata.

“Avrei voluto fosse stata con me in quel momento, avrei voluto mi dicesse ‘ma certo, prendo il primo treno e sono da te’, invece niente, devo sentirla vicina con questa distanza che sembra infinita. Ma un abbraccio è molto di più di una stretta di braccia, e talvolta serve stringere forte per non lasciar scappar via quei brividi che riserviamo solo a poche, pochissime persone. La volevo con me, non mi bastava sentirla “vicina”, la volevo vicina. I suoi occhi, i suoi gesti, le sue mani, i suoi respiri, tutto di lei mi mancava. Ci sono momenti che ti senti così fragile, che se non afferri forte alla vita rischi che scivoli via, proprio come l’abbraccio di chi ami. Ci sono momenti che non possono essere rimandati, e forse questo era uno di quei momenti.”

La stanza è spaziosa, Vittoria è sulla sedia di fianco a Paola, ha vegliato tutta la notte su di lei, notte turbolenta, nella quale Paola ha avuto molto fastidio alla gamba, il dolore non ha voluto dormire e con sé, ha portato anche lei. Lucilla invece è tornata a casa, non si poteva restare in due in ospedale. Nel letto di fianco c’è un’altra sola paziente, Angela, con cui divide la stanza.

Mentre Vittoria finalmente è riuscita a chiudere occhio, nella testa di Paola rimbomba il rumore delle lamiere che si raccolgono attorno alla sua gamba, e quelle grida, comprese le sue, di quando il guardrail era sempre più vicino, 4 metri poi 3 poi 2 e poi l’impatto. In alcuni momenti la vita ti passa davanti in un attimo, e pensi a tutto ciò che avresti voluto fare, a tutto il non detto. Certe cose ti fanno capire quanto sia importante lasciarsi andare senza condizionamenti, viversi a pieno, vivere tutto pienamente, anche quello che sembra un po’ scomodo. Paola ha sempre lasciato che le cose la travolgessero, non è mai stata lei a travolgerle, ad accarezzarle per sentirle fino in fondo sue, è sempre inciampata nell’emozioni non le ha mai abbracciate per scelta. Ora dal suo letto immobile guarda Vittoria, quanto è bella ai suo occhi, quanto è perfetta anche con il rimmel che colora di grigio la spigolosa guancia, quanto l’ha amata nel silenzio, negli sguardi, e nell’attenzioni discrete che ha sempre ha avuto per lei, lei che non ha mai capito quel sentimento o forse ha preferito non capirlo. Ora quell’emozione lasciata morire nel silenzio non c’è più e c’è solo spazio per un amore colorato, luminoso e senza veli che è quello per Maria Giovanna. Oggi però davanti a quella fotografia di Vittoria immobile, indifesa e stanca, certe sensazioni fuorescono incontrollate e riaffiorano in tutti i vuoti di quella notte senza tempo. Paola non può far altro che lasciarsi investire da quella delicata suggestione e ricordare quell’amore mai dichiarato. Mentre è presa dai suoi pensieri, qualcosa di irruento la interrompe: ”Ehi tu sei sveglia? Pronto, ci sei? Paola si gira e guarda Angela: ”Si sono sveglia, dimmi! Hai bisogno di qualcosa?”.

“Scusami, non volevo disturbare, ma non riesco a dormire e volevo chiacchierare un po’”.“Scusami, ma non ho voglia ora”. “Dai non stai dormendo, io parlo e tu mi ascolti! Che bella la tua amica, vi volete molto bene voi eh? Cosa ti è successo?

Hai avuto un incidente con la macchina? Io invece ho capito che il tagliaerba non devo usarlo più. Ma non parliamo di questo dai, parliamo di cose belle! Io comunque sono Angela, tu come ti chiami? “Io mi chiamo Paola, ma davvero scusami ma non ho voglia di parlare”. Angela prova, insiste, ma il muro di Paola è sempre più invalicabile.

Alta, biondo scambiato e ricrescita scura che rivelava il suo vero colore, mani grandi e affaticate, occhi castani vivaci e allegri, naso aquilino, anche se non particolarmente pronunciato, ciglia folte e scure, e un sorriso, inarrestabile: la vicina di letto che nessuno vorrebbe mai avere. Angela era stata ricoverata qualche settimana prima per un grave infortunio con il tagliaerba, che le era costato una lunga operazione e relativa convalescenza. Un tempo propizio per conoscere chi passava dai letti accanto e le relative famiglie.

Vittoria e Lucilla si alternano in ospedale per accudire Paola, la mamma

e il padre ogni giorno passano a trovarla, portandole qualcosa di speciale da mangiare, i pomeriggi Paola fa la sua chiamata a Maria Giovanna lontana da orecchie indiscrete, ma le notti, tutte le notti sono lo spazio di Angela, che piano piano si insinua simpaticamente nella vita di Paola.

I giorni di convalescenza sembrano non finire mai, ma Angela in qualche modo riesce a riempirli, e con la sua genuina invadenza strappa sorrisi a Paola. Nonostante la difficoltà, lei vede sempre il bicchiere mezzo pieno, e riesce in qualche modo a farlo vedere anche a Paola. Non le risparmia domande, e così rapidamente, conosce la vita di Paola o parte di essa …e Paola, si sente ascoltata e capita da quelle orecchie così semplici, che senza alcun giudizio, hanno voglia di ascoltare tutte quelle storie così lontane dalla sua terra e dalle sue “normali” giornate.

Angela si occupava di mandare avanti i terreni della famiglia, lavorava tanto, e quando lavori la terra i ritmi sono stancanti e non fanno sconti, il giorno di ferie non te lo da nessuno, perché quello che lasci, lo perdi definitivamente. Così dietro una semplicità disarmante e un sorriso contagioso, c’era la dedizione alle proprie origini ed alla fatica, che ti piega la schiena, che ti rovina le mani, che ti riempie di acciacchi le articolazioni.

Non aveva studiato, ma conosceva la vita, e soprattutto la terra che amava tanto, era vera, a volte un po’ fuori posto ma era Angela e aveva un cuore grande.

Una notte Paola si sveglia di improvviso per un brutto incubo : ”Paola tutto bene?” “Sì, Angela, solo un brutto sogno…”, Angela si gira verso Paola, e con un filo di voce: “Sai, quando ero piccola e facevo gli incubi scappavo nel letto di mio papà, lui mi abbracciava e mi diceva ‘Angela non devi avere paura, nei sogni e nella vita devi essere coraggiosa, non esistono i mostri quelli sono solo nella nostra testa’, papà aveva ragione: io i mostri non li ho mai visti! Tu li hai visti? Paola, devi avere pazienza, io ho imparato che nella vita vale la pena di essere felice, noi siamo qui con un po’ di acciacchi ma dobbiamo sorridere perché siamo qui. Ora dormi e se hai problemi, Angela è qui e se vuoi ti abbraccio come faceva mio papà”. Paola la guarda e sorride: ”Grazie Angela!”. Dopo il silenzio abbraccia il sonno delle due ormai amiche.

Anche da Lucilla e Vittoria, Angela riesce a far apprezzare la sua genuinità e ormai la visite in ospedale sono rivolte ad entrambe, e non più solo a Paola.

Dalla diffidenza all’ammirazione è un attimo, e Vittoria ogni volta che rientrava a casa pensava: ”Io guardo il mio smalto rosa lucente e perfetto, mentre quello di Angela invece è viola e tutto rovinato, le mie mani sono delicatissime e senza alcun segno, le sue ruvide callose e sempre aperte per offrire quello che ha sul comodino, i miei capelli sempre ordinati, i suoi crespi e mezzi scambiati, il mio sorriso avido di emozione e poi il suo, spontaneo senza freni e senza veli capace di ridere per le più piccole cose”. Sì, la guarda con un pizzico di invidia, non ha nulla da invidiarle, ma quella semplicità è così bella e arriva dritto al cuore.

Per Lucilla era diverso, Lucilla capiva la semplicità di Angela, Lucilla aveva preferito la sua terra alle grandi città, non amava il trucco, era molto simile Angela, ne comprendeva il suo essere vera, senza filtri, la differenza era la compostezza che Lucilla cercava sempre di mantenere senza lasciarsi mai andare a una spontaneità che invece nitida e sincera viveva in Angela, lei era quel pezzo che ricordava che per essere felici occorre uno sguardo vero e gustare tutta la semplicità delle piccole cose.

Un giorno però Angela è un po’ giù di tono non ha quel solito sorriso smagliante, le donne sono lì come sempre a trascorrere qualche ora degli ultimi giorni di ricovero per entrambe. Vittoria guarda Angela e le chiede: Cosa hai oggi non sei la solita, é successo qualcosa? Paola aggiunge: è vero, sei strana oggi, cos’hai? Lucilla pure preoccupata la guarda: “Parlaci, sai che con noi puoi confidarti”, Angela con l’occhio un po’ lucido e commosso risponde: “ragazze sono un po’ triste, perché tutto questo sta per finire, sembrerà strano, ma per me questo mese in ospedale è stato bellissimo, conoscere voi è stata la cosa più bella che potesse succedermi, ma fra qualche giorno voi tornerete alle vostre vite, ed io ritornerò alla mia terra, mi mancherà la perfezione di Vittoria e i suoi ritardi anche nelle visite, il suo trucco sempre perfetto che io non avrò mai, mi mancherà la tranquillità di Lucilla che riesce a mettere pace anche di fronte a guerre stellari, Lucilla che rende perfetto l’equilibrio fra voi, mi mancherà la mia compagna di stanza e convalescenza, lei che mi ha ascoltato e mi è saputa stare vicino anche parlando pochissimo, ragazze mi mancherà la vostra amicizia.”

Tra le lacrime e i singhiozzi Angela non riesce ad andare avanti, interviene Vittoria: ”Angela, ma cosa dici, quando usciremo continueranno le nostre chiacchierate, ti aiuterò se vorrai a prendere quel benedetto diploma, io ti devo molto: sai quanto mi sentivo in colpa per questo incidente, e tu sei stata per noi la parte positiva in una situazione negativa, la tua solarità ha aiutato Paola a dimenticare il trauma dell’incidente, le tue verità mi aiutato a superare il senso di colpa, domani per noi non è più ieri, domani è oggi. Angela si asciuga le lacrime e sorride felice, Lucilla la guarda e dolcemente dice: “Angela tu sei stata un regalo per noi, ci hai fatte ritrovare quando ci stavamo perdendo, i tuoi occhi, la luce nel tuo sguardo, la tua semplicità sono state aria per noi, un’aria nuova di cui avevamo bisogno, ho una proposta”, Vittoria e Paola all’unisono: “Dai spara”, “pensavo che fra qualche giorno quando lascerete l’ospedale potremmo andare tutte a quel fantastico barettino all’angolo, e potremmo farlo diventare un appuntamento fisso per tutte?, Paola e Vittoria sorridono: “Lucilla sempre la numero uno!”, tutte sorridono felici, Angela è abbracciata dal calore delle donne, anche lei si sente ora parte di loro un loro che prima di quel giorno ancora non esisteva.
Non fu facile abituarsi alla sua irruente presenza, ma fu molto più duro imparare a farne a meno.

D’improvviso quel tuffo nel passato si interrompe, il bianco e nero di istantanee lontane inizia a colorarsi e riporta le donne dove le aveva lasciate, in quel bar all’angolo a ricordare. Lucilla interrompe il flashback: ”Beh che ne dite di un altro sorso per brindare ad Angela”, Vittoria: “Non c’è bisogno nemmeno di chiederlo, Cameriere altri 3 sorsi di vodka per noi!”. Con gli occhi e pensieri rivolti al tempo trascorso le donne aspettano il loro terzo giro di ricordi da assaporare.

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