«Il calciatore sta sul campo da gioco completamente esposto. È allo scoperto. Se è un fesso, si vede subito, se è un mascalzone, anche». Marguerite Duras.

Messa in cassaforte la matematica partecipazione ai prossimi playoff (l’unica incognita, non di poco momento, è se da sesti o da settimi in classifica) grazie a due vittorie molto importanti contro Catania ed Akragas, il Cosenza ritorna sconfitto dal “Franco Scoglio” di Messina a seguito di una partita, sicuramente, non condotta con quella grinta e quella voglia sfoggiata nelle precedenti domeniche.
In tutta onestà c’era da aspettarselo, un pò perché gli stimoli nel calcio fanno la differenza e sicuramente ben più motivata ed affamata era la compagine guidata dall’ex bomber rossoblù Cristiano Lucarelli, un pò perché il non giocare “fino alla morte” quando si è raggiunto l’obiettivo stagionale contro squadre bramose di punti salvezza rappresenta una consuetudine calcistica e un pò per altri motivi di natura squisitamente tecnico-tattica. Su tutti, la decisione di mister De Angelis di provare per l’occasione l’ennesimo nuovo modulo della sua (finora breve) gestione tecnica, optando per un (quasi) inedito 3-4-3 il cui punto di forza sarebbe dovuto essere la “triade” Blondett–Tedeschi–Pinna, ed il conseguentemente rispolverare calciatori che fin dall’inizio del campionato hanno mostrato un certo disagio a scendere in campo dignitosamente con la maglia dei lupi, magari pensando che Cosenza fosse una meta turistica in cui trascorrere temporaneamente qualche mese della propria vita in attesa di altre destinazioni e non una città da onorare e da soddisfare attraverso prestazioni congrue alla sua fame di calcio (vero). A rimirare le azioni dei due gol messinesi si ha la sensazione di rivivere passate esperienze catartiche, un vero e proprio déjà-vu.
Infatti, per tutto il campionato i tifosi rossoblù hanno avuto la fortuna ed il piacere di apprezzare le magnifiche e stilisticamente perfette movenze “alla Roberto Bolle” eseguite da Blondett nell’atto di (non) contrastare efficacemente l’avversario di turno, oppure di non poter fare a meno di stropicciarsi gli occhi dinanzi alle veroniche di un Capece “in formato Redondo” di una lentezza e di una sbadataggine tali da perdere costantemente dalla sua sfera d’azione pallone ed uomo da braccare. Ma si sa, l’arte e la genialità non devono essere limitate o ingabbiate da compiti tecnico-tattici che, seppur elementari (come il non andare col sedere per terra alla prima finta degli avversari o il seguirli e tallonarli cercando di impedire loro la battuta a rete), impedirebbero il libero esplicarsi di cotanta bellezza.

Certo, la sconfitta non è derivata soltanto dalle defaillance di taluni elementi, sarebbe riduttivo ed anche ingeneroso affermarlo. È apparso ai più chiaro che, diciamocela tutta, il Cosenza ha disputato in Sicilia una partita di “cartone” nel senso fino ad ora descritto e cioè caratterizzata dall’evidente disparità di motivazioni tra le squadre in campo: una alla caccia di punti salvezza, l’altra alla caccia di qualche prelibatezza locale come cannoli, cassate o arancine (e come dar torto alla truppa rossblù!).
Come sempre è accaduto nel corso di questo avvincente campionato, non resta che sperare di ammirare un Cosenza diverso per le partite di cartello e non di cartone che verranno. E noi siamo certi che quando il gioco si farà duro chi è duro comincerà a giocare, possibilmente evitando balletti improvvisati o virtuosismi improbabili ed improduttivi. Se ciò non dovesse avverarsi, siamo parimenti certi che coloro che son stati sempre lesti a non dare il cento per cento per questa maglia, inibendo le ambizioni di vertice presidenziali, saranno egualmente lesti a fare le valige per accasarsi in altri luoghi.
Federico Perri, libero pensatore.
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